BS 267 / LUGLIO AGOSTO 2026

Bellezza

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Meraviglie quotidiane

Aprire gli occhi, acuire i sensi e attraversare il quotidiano lasciandoci meravigliare.
Meraviglia. È questa la parola che ci ha guidate in questo esercizio che ci ha fatto abitare il qui e ora in modo diverso. Una volta scovata la poesia, ci siamo sentite in connessione più profonda con l’universo e gli altri.
E così, nelle mie giornate, ho apprezzato la meraviglia di ridere con le lacrime agli occhi. Di aspettare i fiori dopo l’inverno. La fine dei concerti quando musicisti e pubblico si applaudono a vicenda. Le persone nel momento in cui, con fiducia, si mostrano autentiche. L’odore del Tevere lì dove ci sono le rapide e si accumulano i palloni…
E tu, quali meraviglie cogli?

Rivitalizziamo lo spirito poetico

Nel mare del cielo
si alzano onde di nubi
e la barca-luna
si vede remare e sparire alla vista
in una foresta di stelle.1

Questa poesia waka fu scritta 1300 anni fa. Fa parte del Man’yoshu (Raccolta delle diecimila foglie), la più antica collezione di poesie giapponesi giunta fino a noi.
Oggi abbiamo inviato esseri umani oltre i confini dell’atmosfera terrestre e abbiamo camminato sulla superficie della luna. Eppure, leggendo questa poesia, viene da chiedersi se nei tempi antichi le persone non avvertissero la presenza della luna e delle stelle in maniera più intima rispetto a noi. Non avevano forse una vita più ricca e vasta della nostra, in cui godiamo di tanto benessere materiale ma raramente ci ricordiamo di guardare il cielo?
Immersa nelle distrazioni materiali, nella frenesia e nel frastuono, l’umanità contemporanea si è tagliata fuori dalla vastità dell’universo, dall’eterno flusso del tempo. Lottiamo contro sentimenti di isolamento e alienazione, cerchiamo di placare il nostro cuore assetato perseguendo i piaceri, per poi scoprire che quella brama smodata si è fatta ancora più feroce.
Questa separazione, questa estraneazione, è a mio avviso la tragedia di fondo della civiltà contemporanea. Scissi dal cosmo, dalla natura, dalla società e gli uni dagli altri, ci siamo disgregati e frammentati. La scienza e la tecnologia hanno conferito all’umanità un potere inimmaginabile, arrecando benefici inestimabili alla nostra vita e alla nostra salute. Ma ciò si è accompagnato alla tendenza a prendere le distanze dall’ambiente circostante, a oggettivare e ridurre tutto ciò che ci circonda a numeri e cose. Anche le persone diventano cose. Le vittime della guerra sono ridotte a mere statistiche, e noi rimaniamo insensibili di fronte al lutto e al dolore indicibile di tante singole persone.
Invece gli occhi del poeta scoprono in ogni persona una umanità unica e insostituibile. Mentre l’intelletto arrogante cerca di controllare e manipolare il mondo, lo spirito poetico si inchina con reverenza di fronte ai suoi misteri.
Ogni essere umano è un microcosmo. Vivendo qui sulla terra respiriamo i ritmi di un universo che si estende infinitamente al di sopra di noi. Quando tra questo vasto cosmo esterno e l’universo umano interiore sorgono armonie risonanti, è nata la poesia. […]
Lo spirito poetico si ritrova in ogni impresa umana. Può vibrare nel cuore di uno scienziato alla scoperta di qualche verità. Quando lo spirito poetico vive tra noi, anche gli oggetti non appaiono come semplici cose, e i nostri occhi vengono attratti verso una realtà spirituale più intima. Un fiore non è solo un fiore. La luna non è solo un ammasso di materia che vaga nel cielo. Guardando intensamente un fiore o la luna possiamo percepire con l’intuito l’indescrivibile legame che ci lega al mondo. […] Lo spirito poetico ha il potere di “accordare” e ricollegare un mondo discordante, diviso. I veri poeti non si piegano, affrontano i conflitti e le complessità della vita. Una ferita inflitta a chiunque, ovunque, angustia il cuore del poeta.
Poeta è chi offre alla gente parole di coraggio e speranza, cercando una prospettiva che renda tangibili le realtà spirituali costanti nelle nostre vite. […]
Ora più che mai abbiamo bisogno della voce fragorosa ed eccitante della poesia. Abbiamo bisogno del canto di pace appassionato del poeta, dell’esistenza condivisa e reciprocamente solidale di tutte le cose. Abbiamo bisogno di risvegliare lo spirito poetico dentro di noi, l’energia giovane di vita e la saggezza che ci fa vivere nel modo più pieno. Tutti dobbiamo essere poeti.
[...] La civiltà moderna sarà sana solo quando lo spirito poetico riguadagnerà il suo posto legittimo. (testo integrale su BS 199)

NOTE
  1. 1. Poesia waka di Kakinomoto no Hitomaro, trad. di Edwin A. Cranston in A Waka Anthology, vol. 1, The Gem-Glistening Cup, Stanford University Press, California, 1993, p. 236.

Dal bello al bene

Ascoltare musica, leggere, andare a teatro, al cinema, può donarci un sollievo che offre un contributo decisivo nell’affrontare lo stress della quotidianità e i drammi del percorso esistenziale. Secondo Makiguchi la bellezza ha un ruolo chiave nella costruzione di una vita felice in quanto sorge da un rapporto vitale tra un soggetto e un oggetto. E a prescindere da patenti di “grandezza” apre il cuore e connette agli altri

Una mosca è bella? In base alle nostre sensazioni, è probabile che risponderemmo di no. Ma Aristotele notava che il giudizio estetico ha bisogno non solo di sensibilità, ma anche di intelletto: questo può farci riflettere sul fine di ciò che stiamo guardando e confrontarlo con i dati dei nostri sensi. Ogni caratteristica delle ali, dell’addome o delle antenne di una mosca è perfettamente adeguata alla realizzazione dei suoi scopi e, in quest’ottica, essa può apparirci bella. Analogamente, un uomo o una donna adulti – nella misura in cui stanno portando a compimento il proprio fine: una vita felice perché virtuosa – manifesteranno paradossalmente una bellezza che può essere anche più intensa di quella di quando erano giovani: la realizzazione interiore trasparirà nel portamento, nello sguardo… in una sorta di non-dualità tra estetica ed etica.
Abbiamo fin qui accennato alla bellezza naturale. L’ambito della cultura non è certo estraneo all’influsso delle meraviglie della natura, ma ha una sua dimensione estetica specifica, che è indispensabile alla piena realizzazione delle nostre vite. Ascoltare musica, leggere narrativa, saggi o poesia, andare a teatro, al cinema… può anzitutto donarci un sollievo – in alcuni casi una vera esperienza catartica – che offre un contributo decisivo nell’affrontare lo stress della quotidianità e i drammi del percorso esistenziale. Come fruitori d’arte possiamo sollevarci sopra il groviglio di desideri e sofferenze che ci stringe il cuore e guardare la nostra vita dal di fuori, riflessa nello specchio dell’esperienza estetica. L’artista trasforma infatti vicende particolari in rappresentazioni ideali che possono farci comprendere la radice universale del nostro dolore tramite l’immedesimazione con ciò che viene narrato, e liberarci in tal modo dall’eccesso di emotività che ci travolge.
Oppure, una canzone o un film piacevole possono semplicemente rilassarci dopo una giornata di lavoro. Questa funzione non è certo da disprezzare in sé. Ma oggi la cultura è perlopiù sfruttata dall’industria, perdendo quella capacità di mettere in discussione l’esistente – e in particolare le strutture sociali oppressive e alienanti – di cui la grande arte del passato, in modo più o meno diretto, era dotata. Se è dunque sciocco demonizzare la canzonetta che intrattiene, lo sarebbe altrettanto limitarci a quel tipo di prodotto estetico, che risponde a mere logiche di mercato.
Daisaku Ikeda ci ha sempre invitato a leggere i “grandi” romanzi, che possono aprirci nuovi squarci, darci strumenti di dialogo, affinare la sensibilità per la sofferenza delle persone e la consapevolezza delle nostre potenzialità; ha voluto porgere la grande pittura mondiale al popolo giapponese fondando il Fuji Art Museum; veicolare la musica migliore al mondo creando l’associazione concertistica Min On… In questo modo ha inteso colorare artisticamente la Soka Gakkai, conferendole una delle caratteristiche che la contraddistinguono come comunità religiosa sui generis, volta a creare tasselli di pace con le trasfusioni culturali.
D’altra parte, Tsunesaburo Makiguchi sottolineava che la bellezza ha un ruolo chiave nella costruzione di una vita felice in quanto sorge da un rapporto vitale e concreto tra un soggetto e un oggetto. Non va intesa come meramente oggettiva; è qualcosa che – a prescindere da patenti di “grandezza” o “verità” – mi dà un piacere peculiare e immediato, mi apre il cuore, mi connette agli altri, mi permette di creare valore come autore o fruitore dell’esperienza estetica. Guai, dunque, a storcere il naso di fronte a un tentativo sincero di esprimere la propria creatività per superare un disagio o per incoraggiare altri. E occhio alla pervicace tendenza di artisti e intellettuali (le persone dei “due veicoli” di Studio e Realizzazione, secondo la teoria buddista dei dieci mondi) a porsi su un piedistallo. All’ingresso della Soka University campeggia una domanda incalzante: «A che scopo si dovrebbe coltivare la saggezza?». Dovremmo sempre chiederci se la bellezza delle nostre realizzazioni culturali è l’anticamera del bene – della condivisione volta allo sradicamento della miseria fisica e morale – o se è solo una narcisistica torre d’avorio.
Ma la via della non dualità di estetica ed etica non è affatto scontata, e le scorciatoie ideologiche portano all’opposto della meta. Tanti e terribili sono stati i tentativi di irreggimentare intellettuali e artisti imponendo alle loro creazioni limiti politici o religiosi. L’arte e la cultura non possono che essere libere, e il bello potrà essere buono solo attingendo alle sorgenti della spiritualità, quelle che nessun clero e nessuno Stato può ridurre a dogmi.
Anche sul piano dei fruitori e degli “amatori” di arte e cultura in genere, è chiaro che la bellezza può essere avversaria del bene. La vita estetica descritta da Kierkegaard è ossessionata dal bello, inteso come ciò che dà sempre nuovi e più intensi piaceri, che attrae per la sua eccezionalità, che si vuole possedere – si tratti di un corpo, di un quadro o di una scienza – per metterlo nella propria saccoccia esperienziale o nel proprio bagaglio culturale. La vita etica mira invece alla continuità tra passato, presente e futuro, nella fedeltà a promesse contributive fatte in primo luogo a sé. Essa può apparire bruttina, nella sua apparente monotonia lavorativa, sentimentale o altrimenti comunitaria. Ma se è innervata spiritualmente dall’interno, diviene “originalità nella ripetizione”, reinvenzione continua del passato alla luce del futuro in costruzione nel presente. Così, tramite la creatività spirituale, il bello può germogliare. (Donato Ferdori)

Una vibrazione che si espande

«Condividere attivamente la bellezza è una prova della nostra dedizione alla pace e anzi crea una cultura di pace, perché a livello profondo pace e scambio culturale sono una sola cosa. Quando conflitti e violenza si moltiplicano, la cultura declina e la storia va verso l’oscurità e la distruzione. Credo fermamente, e ho sempre agito in base a questa convinzione, che gli scambi culturali rappresentino un’“arma” spirituale con cui affrontare il muro della brutalità e della negatività» (Daisaku Ikeda, BS 190). 
Esperte, ma soprattutto appassionate e “ambasciatrici” di arti figurative, Manuela Gandini, Elisabetta Cappugi e Arianna Fantuzzi si confrontano con la redazione di Buddismo e Società sulla funzione che la bellezza, la cultura e l’arte svolgono nella vita delle persone e nella società, anche in relazione alla loro esperienza nella pratica buddista. Prima di entrare nel merito della nostra conversazione chiediamo loro di presentarsi.

Manuela Gandini Vivo a Milano, pratico il Buddismo dal ’95 e mi occupo di critica d’arte contemporanea. Insegno alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) e scrivo per La Stampa, il Manifesto e alcune riviste online. Sono autrice e interprete di un monologo, Qualcosa ci sta sognando, che da quattro anni gira l’Italia e oltre. È stato a Sarajevo e, a settembre, si svolgerà in un ex campo di concentramento tedesco.  Si tratta di un viaggio tra l’estetica nazista e l’arte surrealista, un monito per leggere le attuali derive violente e autoritarie attraverso la storia. Il tema è, da un lato, la relazione tra guerra, propaganda, organizzazione totalitaria e uniformità da parte degli Stati, dall’altro il ruolo dell’arte come possibilità di trasformazione, libertà, rivitalizzazione ed espressione di resistenza. 

Elisabetta Cappugi Sono nata a Firenze e pratico il Buddismo dal gennaio ’85. Oltre ad aver organizzato mostre e insegnato arte a studenti americani, faccio il perito del tribunale da più di trent’anni e la guida turistica. Tra i miei lavori più belli c’è la collaborazione per la grande mostra sulle immagini femminili in Oriente e Occidente per il Fuji Art Museum di Tokyo nel 2001, anno di inizio del “secolo delle donne”. Ho realizzato varie pubblicazioni tra cui scritti di arte e astronomia (ebook), di olografia e di ville e giardini. 

Arianna Fantuzzi Abito a Roma e pratico il Buddismo da undici anni. Sono una storica dell’arte, una contemporaneista, e ho fatto il dottorato in Visual Arts. Adesso mi occupo di progettazione culturale europea, scrivo e seguo progetti che riguardano l’arte anche in rapporto con le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Scrivo articoli per riviste scientifiche o di settore e ho appena pubblicato la mia prima monografia sul rapporto tra arte e narrazione nelle opere degli artisti italiani degli anni ’90.

Rossella Maci (Buddismo e Società)
Il concetto di bellezza è difficilissimo da definire, c’è un’intera disciplina filosofica, l’estetica, che se ne occupa. E già parlare di bellezza forse è un controsenso, in quanto non si può definire in assoluto. Kant diceva che in una società utilitarista, in cui tutto deve esistere in quanto utile, e dove l’utile si definisce sempre in relazione a qualcos’altro – “essere utile a qualcuno, utile a qualcosa” – la bellezza invece esiste di per sé, non ha bisogno di altro per definirsi, ed è proprio in questa sua “inutilità”, nel senso più alto del termine, che si condensa il massimo senso. Ci incuriosiva sapere da voi, che vivete dell’arte, qual è la sua funzione, intesa come crescita e formazione personale che va oltre questo modello utilitaristico.
Daisaku Ikeda afferma inoltre che «gli scambi culturali rappresentano un’arma spirituale con cui affrontare il muro della brutalità e della negatività». Come può l’arte, la bellezza, essere un antidoto in questo momento storico così difficile?

Manuela L’arte è l’antidoto, nel senso che non cambia il mondo, ma cambia le coscienze. E se interviene nella coscienza collettiva, se cambia l’immaginario, cambia la percezione e di conseguenza le azioni. Quindi pensare che non ci sia nessuna possibilità, che si stia andando definitivamente allo scontro finale, che ci saranno sempre più guerre, non può far altro che aumentare questo sistema, questa percezione della violenza. Perché l’arte è così invisa ai poteri autoritari o falsamente democratici? Perché apre spazi nella mente che normalmente rimangono chiusi.
Per quanto riguarda il discorso dell’utilità, anche Carmelo Bene diceva che l’arte è inutile. Come anticipavi tu, Rossella, è inutile perché non è funzionale a qualche cosa di definito e quindi utilitaristico; è inutile, lui aggiunge, perché è fondamentale, cioè ha dei fondamenti che rendono le società più evolute, più felici. Noi viviamo immersi in meccanismi che ci portano a usare e a produrre cose per la loro utilità. L’arte è fondamento per la vita, quindi molto più che utile.

Elisabetta L’arte fa pensare, è libertà. Quando con pazienza si entra in contatto con l’arte c’è una reciprocità, si è liberi di spaziare in lungo e largo perché l’arte è fatta da persone che portano con sé tutto il loro mondo.

Arianna Ci sono studi di neuroscienze e di psicologia cognitiva interessantissimi sulla funzione dell’arte nelle società preistoriche (vedi Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017). Si parla di come l’essere umano vivesse in una situazione di incertezza costante rispetto al futuro, di consapevolezza della propria morte, di paura delle minacce esterne. E di come la radice di quest’ansia fosse dovuta proprio al dato ontologico, al fatto di essere un essere umano. L’arte, insieme al racconto, è nata per diverse funzioni. La prima è quella di costruire la propria identità e quella della propria comunità, nel senso che attraverso la fabbricazione di cose l’essere umano si ri-racconta. La seconda è quella di permettere, attraverso l’immaginazione visiva, la creazione di qualcosa che ancora non esiste. L’arte permette di vedere oltre, di vedere il futuro. Attraverso questi due fenomeni gli esseri umani cercano di riprendere controllo su una realtà che sfugge. Da questo punto di vista l’arte può essere vista come un antidoto all’ansia. E secondo questi studi, il fatto di iniziare a generare arte è stato un elemento imprescindibile per lo sviluppo di funzioni cerebrali che prima non c’erano.

Mirko Lugli (Buddismo e Società) Potremmo approfondire ulteriormente il legame tra arte e bellezza?

Arianna Io penso che un’opera sia bella e giudicata tale nel momento in cui è efficace, cioè quando suscita una reazione nella persona che ci sta interagendo, di stupore, meraviglia, orrore. Se avviene questo scambio l’opera esiste, ha la sua funzione, ed è bella. Pensiamo a opere come quelle di Picasso, che oggettivamente non sono di certo armoniche, parlano anche del dolore, della sofferenza. Perché le consideriamo belle? Perché rappresentano qualcosa che c’è anche dentro di noi, che riguarda un momento storico al quale possiamo ricollegarci. Quando c’è questo tipo di connessione è lì che si genera la percezione della bellezza.

Manuela Sulla bellezza c’è sempre una sospensione, qualcosa di incerto, di indefinibile. Perché la bellezza è relativa ai canoni. Purtroppo, con l’omologazione generale nella quale viviamo, il bello viene definito con qualche cosa che ha a che vedere con l’estetica pura e basta, mentre come diceva Arianna “bello” è un discorso complesso, che integra parti diverse e può anche essere disturbante: un’opera può essere perturbante, ma bella.
Joseph Beuys negli anni ’70 parlava di “scultura sociale” e definiva opera d’arte la comunità, nel senso che ogni individuo è portatore di qualcosa di straordinario. Diceva che ogni essere umano è un artista, non intendendo dire che può fare il pittore, esporre alla Biennale, ma che è artista perché portatore di un’unicità che contribuisce nell’interrelazione a creare questo concetto di soziale plastik.
Vedere la bellezza nello scorrere della vita, considerare la vita un’opera d’arte e ogni singola persona artista o comunque portatrice di valore: questo concetto di bellezza espresso dall’arte ha a che vedere con l’organicità, con la biologia, con il pensiero e con qualcosa di altamente spirituale.

Elisabetta Ci deve essere l’interazione con le persone, altrimenti la bellezza non nasce. Quindi più che l’opera d’arte in sé, il bello è la reazione che produce nella persona. Una ricerca di maggiore umanità, ad esempio, allargare lo sguardo, e anche dare felicità in qualche modo.
A cosa serve? Lavorare nel campo dell’arte insieme alle persone ha dato un senso al mio lavoro, perché viene fuori una positività nel creare rapporti, nell’imparare anche io dagli altri. Tsunesaburo Makiguchi parla di bene, bellezza e guadagno, e io posso dire che il mio lavoro è bello e buono non solo perché ha a che fare con la Venere di Botticelli, per esempio, ma perché c’è questa relazione con le persone, di scambio, di crescita, di creazione di legami.

Arianna Nell’arte noi vediamo manifestato sia il lato più buio dell’essere umano, le azioni dettate dalla sua oscurità fondamentale, sia quelle più illuminate. Da questo punto di vista è veramente uno specchio di quello che siamo. Una delle cose che a me attrae di più dell’arte è la sua capacità di essere non un commento della realtà, ma la realtà stessa.

Maria Lucia De Luca (Buddismo e Società) Daisaku Ikeda parla del potere integrante dell’arte, che per me è l’esperienza più importante. Bellezza per me è anche quando la mattina guardo il cielo mentre bevo il caffè, o quando nel correre della quotidianità mi fermo e mi metto a leggere: sono tutta lì. Mi rende intera la relazione con la bellezza, che può anche essere un romanzo triste, un’opera particolarmente forte. Che ne pensate?

Manuela Sono d’accordo, perché dà un senso di felicità quello che dici. Un edificio particolarmente bello in città, un paesaggio, un dettaglio. Ecco, la bellezza sta in certi particolari che molto spesso passano inosservati perché siamo troppo impegnati a fare cose “utili”. Possiamo pensare la bellezza anche come controcampo alla disarmonia e quindi come stato della mente, una predisposizione nostra al bello; nel senso di trovare anche dove c’è l’oscurità una possibilità trasformativa, di vedere il sì anche dentro al no, di andare oltre. E quando si parla di arte, la dobbiamo intendere non in termini semplicemente espositivi, ma pensare che sia nel mondo, nelle relazioni che noi stabiliamo con le altre persone. Quindi una vibrazione che si espande.
Carla Lonzi definiva l’arte come “propensione al bene”. Durante la guerra nella ex-Jugoslavia, a Sarajevo i giovani e gli artisti riuscirono a sopravvivere grazie alla produzione di spettacoli, film, opere, quadri... L’arte fu per loro l’unica possibilità di resistere alla barbarie, a un assedio nel quale videro morire 10.000 persone. Tutto questo è bellezza, al di là del prodotto finale; è una comunità che si è stretta e ha manifestato un rispetto e un amore straordinari.

Elisabetta La bellezza è nel vivere le cose in un certo modo, è un sapore della vita. Dove c’è attenzione e ricerca si crea bellezza, perché non c’è spreco di tempo e poi ci sono la testa, il cuore, le mani… La bellezza è davvero un modo di vivere. 

Maria Lucia Vorrei sottolineare l’importanza dell’esposizione alla bellezza. Ad esempio, Daisaku Ikeda ha voluto che il Fuji Art Museum sorgesse di fronte all’Università Soka, a disposizione di studenti e studentesse. Quanto invece è triste se questo aspetto non viene curato, e quanto potrebbe essere stimolante stare in un bell’ambiente, in un posto che qualcuno ha reso accogliente.

Rossella Penso anche alle tante persone che non hanno mai avuto l’occasione di vivere l’esperienza dell’arte. Che consiglio dareste ai lettori e alle lettrici per ispirarli a fare qualcosa di nuovo in questa direzione?

Arianna Il rapporto con le opere d’arte è una connessione che funziona esattamente come nelle relazioni umane. Se vuoi avere uno scambio con una persona devi essere aperto a quello scambio. Allo stesso modo nell’arte, se vuoi percepire qualcosa devi essere aperto nei confronti di quell’opera, disposto a imparare, a capire, a creare qualcosa di nuovo.
Sull’esposizione alla bellezza penso che sia fondamentale già da piccoli frequentare posti belli, luoghi dove c’è una sensazione di armonia, di elevazione spirituale, di qualcosa di importante per sviluppare un senso di immaginazione che altrimenti non si ha. Il mio invito ai lettori e alle lettrici è di trovare posti che siano belli per loro, non per forza una galleria ma qualsiasi luogo che ispiri a trovare questo senso di bellezza dentro di sé. Poi se vogliono andare al museo noi siamo felici! E le guide sono preparatissime, perfette anche per chi non ha esperienza.

Manuela Il bello non si trova solo in un museo, non esiste nessuno che non abbia mai visto un’opera d’arte. Libri, concerti, spettacoli, film, serie televisive, performance, tutto. Nel nostro mondo c’è una circolazione continua di immagini, concetti, idee. Ma l’educazione è fondamentale. Bisogna far sì che attraverso dei buoni prodotti si educhi la propria mente al bello e alla qualità. 

Elisabetta Quando lavoravo alla sezione didattica degli Uffizi insegnavamo ai bambini come si legge un quadro. Con la loro intelligenza vivissima percepivano le cose istantaneamente, molto più dei grandi che hanno tante sovrastrutture che gli impediscono di vedere. Dai bambini ho imparato il linguaggio per avvicinare le persone all’arte, che uso tranquillamente con gli adulti. L’arte può essere qualsiasi cosa, però uno se ne accorge e un altro no, perché guarda ma non vede. Bisogna imparare a vedere, anche ispirati da qualcuno che ci dia uno spunto in più, poi è come andare in bicicletta.

Con uno sguardo che ci fa amare ogni cosa

Dopo il diploma presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi a Milano, la carriera di Sergio Romano – nato a Brescia 65 anni fa – è iniziata con il film Auguri Professore di Riccardo Milani e non si è più fermata: al cinema ha lavorato tra gli altri con Stefano Mordini (Il testimone invisibile e La scuola cattolica), con Alessandro Roia (Con la grazia di un Dio), con Paolo Strippoli (La valle dei sorrisi), con Alessandro Tonda (Il nibbio). In tv è diventato celebre per il suo ruolo nella fiction con Gabriel Garko L’onore e il rispetto 2, lavorando poi a grandi produzioni come Squadra Antimafia e Che Dio ci aiuti, fino ai recenti Romulus (regia di Matteo Rovere) Petra (con Paola Cortellesi) e Avvocato Ligas (con Luca Argentero). Attore teatrale, collabora con la compagnia Carrozzeria Orfeo. Ha ricevuto il premio David di Donatello 2026 per il film Le città di pianura di Francesco Sossai come miglior attore protagonista.

«Credo che ci si educhi alla bellezza partendo dal riconoscere i veleni della nostra società e provando a creare ponti, perché aiutano noi e aiutano la nostra creatività».
Vincitore del David di Donatello 2026 come miglior attore protagonista per Le città di pianura (film pluripremiato con otto statuette, dalla regia alla produzione, a miglior film), Sergio Romano è un attore sempre attento alla qualità, al valore delle opere che interpreta, fin dal primo Hamlet del 1994 di cui parla a lungo nell’intervista. Il Buddismo lo accompagna da oltre trent’anni, sostenendo sia il suo percorso di vita, sia quello lavorativo. È impegnato nelle attività dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e nella promozione della campagna Senzatomica per l’abolizione delle armi nucleari. Lo incontriamo per parlare di cinema, arte, cultura, bellezza, meraviglia.

Questo numero ha per tema la bellezza, intesa come emozione dell’anima, connessione con l’essenza della nostra umanità, una bellezza generatrice di pace. Che cos’è per te?
Prima di tutto è vederla nella vita, con uno sguardo che tutto a un tratto ti fa vedere le cose con una benevolenza diversa, un piacere diverso, un amore diverso, e anche con maggiore creatività. È contemplare, ammirare il mistero, come quando ti trovi di fronte a un’opera d’arte. Quello che mi dà più gioia è la capacità di cogliere la bellezza in ogni cosa, così com’è. Che mi riaccende anche un sentimento di forza e di riconciliazione, e mi commuove. La bellezza, ad esempio rispetto all’esperienza di questo film, è stata tutto a un tratto guardare quali incredibili connessioni mi avevano portato lì.

Hai fatto tantissimo teatro nel corso del tempo, poi televisione, cinema. Quali sono i personaggi più belli che hai interpretato? Ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente appassionato?
Sicuramente con Carlobianchi, il personaggio che interpreto ne Le città di pianura, c’è stato un incontro meraviglioso. Devo dire poi che di questo film mi ha appassionato l’intero progetto.
Un altro personaggio che mi viene in mente è Hamlet (Amleto), perché ho avuto l’occasione di interpretarlo con Benno Besson, uno dei più importanti registi del Novecento, che mi ha trasmesso la sua visione di un ragazzo pieno di vitalità, ironico, con una grande sofferenza dentro ma con una volontà estrema di vivere. Che fa tanti errori, è forse l’unico assassino della pièce. Per Besson, Hamlet è un uomo con mille contraddizioni, che ha un rapporto estremamente critico e conflittuale rispetto al suo ruolo di principe e quindi nei confronti della guerra e dell’espansione dell’impero. La sensibilità del regista mi aveva portato a vedere non solo il tema della vendetta, ma anche un ragazzo che non aderisce a questo pensiero e che non agisce per rabbia, ma lo fa per l’assurdità di un mondo che manda la gente a morire. E che conclude uno dei suoi monologhi dicendo: «Oh, da ora i miei pensieri sappiano di sangue o non siano più niente» (trad. di Cesare Garboli, Einaudi 2009) con un sentimento di rivolta adolescenziale contro un mondo che sembra capire solo la violenza. Ho amato molto questo Hamlet, mi è rimasto ancora nel cuore nonostante lo abbia interpretato tanto tempo fa.

In una recente intervista hai detto: «Ho avuto la fortuna di incontrare uomini e donne che mi hanno profondamente ispirato, però anche la capacità di lasciarsi ispirare è qualcosa che bisogna coltivare». Quali sono queste persone e che atteggiamento si deve avere per lasciarsi ispirare?
La capacità di farsi ispirare penso che vada coltivata, perché c’è bisogno di avere il cuore libero, l’animo leggero, disponibile. Serve uno spirito che si metta in una posizione di ascolto.
Sicuramente mi dimenticherò di un’infinità di persone che mi hanno ispirato, ma con questo riconoscimento è come se a un tratto vedessi i fili della mia vita e sento gratitudine per tutti. A cominciare dal mio professore di lettere dell’Istituto tecnico per geometri, che mi ha ispirato con le sue lezioni su Dante e il suo modo di essere. Penso a mio padre, per l’atteggiamento al di là delle parole, e a mia madre per il sostegno nella mia carriera, è stata una mia fan dall’inizio e questo mi ha dato un fondo di forza assoluta e di gioia. E al continuo esempio dei nostri maestri, a Daisaku Ikeda. Anche le esperienze dei compagni di fede sono una chiave di volta che mi tocca tanto emotivamente. E Pia, la mia compagna, mi ispira sempre a credere in me stesso e nella vita… stiamo veramente attraversando la vita insieme.
Rispetto al mio lavoro ho già nominato Benno Besson, poi Pippo Delbono con Barboni, Marco Ferreri con La grande abbuffata. Ugo Tognazzi, non tanto perché è di Cremona come me, ma perché porta sullo schermo qualcosa negli occhi che è quello che mi emoziona. Tra l’altro sto lavorando con sua figlia adesso, Maria Sole Tognazzi. E Ken Loach! Mi piace quella verità, quella necessità delle persone nelle storie che racconta. E l’asciuttezza nel modo di raccontarle.
Mi ha ispirato sicuramente Francesco Sossai, il regista de Le città di pianura, una persona che ha solidi riferimenti culturali che mi hanno aiutato a trovare la luce da seguire. Con lui c’è stato un lavoro dinamico, che mi ha reso parte attiva: quello che cercava era un primo piano che fosse vivo.

È un momento molto difficile e delicato per il mondo del cinema e della cultura tutta nel nostro paese. In questo clima non rinunciare all’importanza di educare e di educarsi costantemente alla bellezza diventa ancora più urgente. Tu cosa ne pensi?
Trovo davvero stimolante la parola “costantemente”. La vita cambia di attimo in attimo e per una serie di ragioni io cerco di tenere le bocce ferme, ma non si può. Quindi entrare in questa dinamica continua è estremamente realistico e necessario perché riguarda la vita, che funziona così.
Tornando a Benno Besson, la sua visione del contesto di Hamlet era quella di una società invasa da un veleno, il veleno della vendetta che porta alle guerre, distrugge i rapporti, annienta anime meravigliose come quella di Hamlet.
Noi viviamo in un mondo invaso dai veleni, leggiamo qualunque avvenimento in una disposizione conflittuale: stai con me o contro di me? È difficile avere una condivisione creativa vivendo in una dimensione di questo tipo. Credo che bisogna “educarsi” partendo dal riconoscere questi veleni, esserne coscienti e provare a creare ponti, perché aiutano noi e aiutano la nostra creatività.
Questo vuol dire tirarci via dal confronto basso, piccolo, che avviene a tutti i livelli, sia politici sia culturali. Avere questa consapevolezza ci aiuta ad assumere la nostra piccola responsabilità di questo veleno e quindi a provare a porci in modo diverso, a creare un ponte, creare relazioni.

Quando hai ricevuto il David di Donatello, nel discorso di ringraziamento hai detto, a proposito del film: «Il nostro paese ha bisogno di essere raccontato, ha bisogno di essere visto.
Come un bambino ha bisogno di essere visto, come ognuno di noi ha bisogno di essere visto e di specchiarsi negli occhi degli altri. Quindi la riflessione è semplicemente: cosa stiamo guardando? Questa è la nostra responsabilità». Che ruolo ha il cinema, come settima arte, in questo processo? E ancora: secondo te, anche alla luce di cosa si intende per bellezza, quali emozioni vuole suscitare questo film in chi lo guarda?
Non so quali emozioni voglia suscitare Le città di pianura. Avendo conosciuto Francesco e avendolo sentito rispondere a domande simili, credo che lui nutra un grande amore per la sua terra e voglia semplicemente che si guardi soprattutto quello che non è stato visto, con uno sguardo dolce.
Se ci pensate è una vicenda di due persone di oltre 50 anni che avevano vissuto un’esplosione economica incredibile e poi vivono la crisi del 2008, che per il Veneto e il Triveneto è stata gravissima, con una caduta di valori enorme. Dietro c’è un tema di grande drammaticità, però l’intenzione penso sia quella di osservare la resilienza in un determinato contesto culturale. Credo che Francesco abbia voluto soprattutto guardare.
Più lo sguardo è specifico, più è intimo e più racconti qualcosa che deve essere calato in quel posto lì. Il nostro paese penso che ne abbia bisogno, anche nelle sue lingue diverse e nell’ascolto di suoni diversi. Noi abbiamo la necessità di specchiarci per riconoscerci, come un bambino ha bisogno di essere visto. Che ruolo ha il cinema in questo?
Penso che riguardi tutte le arti, l’esigenza di specchiarsi negli occhi degli altri credo che sia umana, perché ti aiuta a capire chi sei.
Mi piacciono film di questo tipo perché non hanno una velocità legata solo alla trama, ti danno modo di stare lì a chiederti: cosa devo vedere? Credo che questo crei un dialogo e renda più attivi.

Prima parlando della bellezza hai detto che è “ammirare il mistero”. In questo momento in cui tutto deve avere una spiegazione, forse mistero è una parola chiave, perché ci concede la possibilità di sospendere questa tendenza e stupirci della bellezza.
Come quando nelle notti d’estate ti metti a guardare le stelle… è veramente una fortuna, una meraviglia. Daisaku Ikeda ha scritto un libro bellissimo, La vita. Mistero prezioso. Grazie alla pratica buddista e ai compagni e alle compagne di fede della Soka Gakkai, il cosiddetto sangha, cambia profondamente la direzione del cuore, nasce il desiderio della felicità di ogni persona e il legame col maestro avviene quasi in modo naturale, necessario.
Mi è stato chiaro fin dall’inizio del mio percorso buddista che per realizzare l’impossibile avrei dovuto cambiare stato vitale e determinazione, ed è quello su cui riflettevo prima della cerimonia dei David di Donatello.
C’era sicuramente la soddisfazione per il film, per l’esperienza vissuta. Però una volta che si viene nominati è naturale voler vincere. Mentre mi confrontavo con questo tema della vittoria mi sono ricordato di un’esperienza raccontata da Herbie Hancock, credo nel suo libro Possibilities, di quando era stato nominato all’Oscar per le musiche del film Round Midnight, e di come si fosse messo a recitare Daimoku per sentire la vittoria prima che accadesse. Ho cercato di essere ispirato dal suo atteggiamento e di fare come lui.

La bellezza è un ponte

Una riflessione di Giulietta Stirati, docente di Lettere presso un liceo scientifico nel quartiere Tor Bella Monaca, nel sesto municipio di Roma, che ci racconta il suo percorso nell’aumentare l’esperienza della bellezza insieme ai ragazzi e alle ragazze delle sue classi: «Cercare insieme, tessere una tela a più mani, scoprire la ricchezza della vita, e farla entrare a scuola»

L’insegnamento è la mia esperienza fondativa, nel senso che non c’è separazione tra ciò che guida la mia vita e il senso del mio lavoro. È una consapevolezza che ho costruito praticando il Buddismo, che mi ha alleggerita del peso del giudizio e al tempo stesso mi ha permesso di radicarmi in una decisione che ha cambiato la postura con cui sto nel mondo. Con gioia mi sono resa conto di quanto io posso imparare dalle mie classi e quanto loro possono imparare con me.
All’esame di maturità di quest’anno ho portato, come docente interna, una classe di trentuno allievi: trentuno vite diverse, trentuno modi di sentire diversi, trentuno elevato alla n problemi diversi. La bellezza è vedere, riconoscere e amare questa varietà, vedere quella fioritura anche quando non è manifesta. È difficilissimo, ed è bellissimo.
Ho proposto a questa classe di adottare, a ciascuno e ciascuna, una parola e di portarla nel mondo: una parola che aderisca alla loro vita, che sia una traccia viva della loro presenza autentica.
La parola che ho scelto di adottare per me è “ponte”. La bellezza è un ponte dove ci incontriamo. La cultura è un ponte. Per costruire un ponte ci vuole l’arte. Il ponte tiene insieme, il ponte unisce. Le parole sono un ponte. E la bellezza ha a che fare con l’incontro in uno spazio che permette di vedere l’altro per come è e non per come io vorrei che fosse.
Vedo bellezza nello stupore dei loro occhi quando io non pretendo l’immediata risposta giusta. Si costruisce bellezza sul ponte della fiducia fra me e loro: li devo proprio ascoltare, devo proprio credere in loro. Questa esperienza permette di avvicinarci e di trovarci in un punto di incontro, che è quello in cui si manifesta la fiducia che permette l’esperienza della bellezza attivando tutti i sensi.
Questi ragazzini sono meravigliosi, molti di loro vengono da contesti difficili, l’intero sesto municipio di Roma lo è: si vive qui l’effetto di una mancata bellezza. La sfida sta nel provare a credere nella bellezza anche laddove sembra che non vi sia speranza. Ci riesco? Non sempre, spesso non ci riesco. D’altronde, l’immagine del ponte è il senso del dialogo: io sto parlando a qualcuno. Se parlo soltanto per me, loro non mi ascoltano più: sono la migliore cartina tornasole in questo senso.
L’esperienza più difficile da fare è vedere il fallimento dell’insegnamento quando si dimentica chi si ha davanti. Ma cogliere il senso degli ostacoli è uno dei più grandi benefici che io abbia ricevuto grazie al Buddismo. Ho capito che quando non li raggiungo è perché non sto camminando verso di loro, e ringrazio la vita di questa possibilità che ho di farlo, ogni giorno.
Io stessa al liceo sono stata bocciata con l’accusa di essere stupida. La mia storia scolastica è la storia di una bambina che era stata sempre super fantasiosa, che però ha patito la propria originalità venendo sempre abbassata dalle insegnanti fino a perdere la bellezza dello studio, che avevo trasformato in gara.
Ma la bellezza non è controllo. La bellezza non è gara, anzi: l’etimologia di gara è la stessa di guerra. Quindi, poiché non è la classifica il mio obiettivo, ma crescere io mentre faccio crescere, costruisco uno spazio per accogliere i loro silenzi, le loro critiche, le loro accuse come richieste a cui io posso dare una risposta, e la letteratura mi aiuta a dare la risposta.
Per esempio Dante, il Paradiso. È noioso, è difficile, è lontano da noi. Eppure, se ci chiediamo di che cosa è fatta la felicità, da lì ci arriva una risposta che parla alla nostra vita: la felicità del Paradiso è fatta di luce, di musica, di danza, di sapori meravigliosi. Allora, se cambiamo la domanda, la risposta si rivela sorprendente.
Questi ragazzi e queste ragazze sono veramente il fiore della terra, sono veramente il futuro. È qualcosa di talmente tanto importante che non mi va di affermare il mio piccolo io. Questo è per me il grande io: un io che accoglie e tiene insieme gli adolescenti e tocca il futuro grazie a loro.
Come è successo in quella lezione, due ore di latino in una classe di liceo scientifico che, notoriamente, odia il latino. Preparazione per il compito in classe che avrebbero avuto lunedì su Orazio e sui temi che avevamo affrontato. Al centro della lezione una domanda: “Si può abitare il proprio tempo?”. Abbiamo dato il via a una riflessione collettiva a partire dal loro vissuto, dal significato stesso della parola “abitare/abito/abitudine”. I contributi, inizialmente timidi, sono andati espandendosi in largo e in profondità, e quando è suonata la campanella noi non l’abbiamo sentita. Eccola, la bellezza. Cercare insieme, tessere una tela a più mani, scoprire la ricchezza della vita e farla entrare a scuola.

Se esporsi al bello diventa metodo

Quando in redazione abbiamo iniziato a progettare questo numero ho subito pensato a Civicozero, un centro diurno per minori stranieri non accompagnati che si trova a Roma, nel quartiere San Lorenzo. È un luogo che colpisce per la sua bellezza, realizzato da giovani architetti e architette, che si distingue puntando proprio sul bello come messaggio, cambio di passo, possibilità, in contrasto allo squallore e alla trascuratezza che solitamente caratterizza i luoghi per migranti. Conosco Rodolfo Mesaroli, psicologo e direttore scientifico della cooperativa sociale Civicozero, per aver frequentato corsi in cui era docente e in cui raccontava della bellezza come metodo di accoglienza che mi aveva incantata. Poi ho frequentato Civico nel mio percorso di tutrice di un minore straniero e allora ho pensato di tornarci per un dialogo su questo tema. All’incontro hanno partecipato sia Mesaroli sia Dario Corallo, responsabile della comunicazione

Un primo aspetto che noi consideriamo – evidenzia Rodolfo Mesaroli – è la bellezza come leva di legittimazione. I ragazzi che accogliamo quotidianamente hanno bisogno di uno spazio di legittimazione perché portano dentro di loro molteplici forme di inquietudine. L’erranza infatti non va intesa soltanto in termini fisici e geografici ma anche psichici, esistenziali. Riguarda quel movimento che questi giovani mettono in atto: una costante oscillazione tra fuga, tentato ancoraggio, tentato radicamento quindi bisogno di appartenenza, fallimento, espulsione, nuovo tentativo, nuovo fallimento, nuovo tentativo. Tutto questo ha bisogno di essere contenuto e sublimato in un’energia vitale che deve trovare uno spazio di affermazione, che secondo noi sta anche nella bellezza fruita e agita, e che a volte può essere un antidoto. Non che si possa sostituire del tutto alla bruttezza, allo squallore e alla dimensione distruttiva che vivono questi ragazzi. Servono uno spazio e un tempo di transizione. La sfida è reintrodurre la bellezza non in una maniera dirompente o che demonizzi quello che vivono fuori, ma per apportare una variazione, un diversivo. A Civico i ragazzi creano installazioni artistiche che parlano della loro vita, della loro dignità, che li accompagnano in un percorso introspettivo per loro sostenibile. È una cosa che si sedimenta nel quotidiano, con piccole esperienze, graduali esposizioni all’esperienza della bellezza. Il nostro è un centro diurno aperto dalle 10 alle 18 che offre una parentesi in termini di bellezza e opportunità, ma poi i ragazzi ritornano al loro “fuori”. Il passaggio più delicato è quello di accompagnarli in un’integrazione di queste due dimensioni.

Tante storie
Mi viene in mente un esempio – racconta Dario Corallo – di come il rapporto con il bello possa essere quasi catartico: durante una visita organizzata alla Galleria Borghese una ragazza si era imbambolata davanti a una statua del Bernini, mentre il resto del gruppo era andato avanti. La nostra operatrice se ne accorse, tornò indietro e la vide che guardava Enea che fugge da Troia con Anchise sulle spalle e il figlio per mano. Le chiese cosa stesse succedendo e la ragazza rispose: «Questa sono io». Si era “riconosciuta”. Il rapporto con la bellezza serve a guardarsi allo specchio e può diventare anche uno strumento di evoluzione.
Penso anche all’esperienza di un ragazzino eritreo di 14 anni appena arrivato a Roma. Fino a una settimana prima stava in un lager libico, poi dopo 4 giorni in mare era approdato a Lampedusa e collocato in un centro di primissima accoglienza, da cui era scappato diretto verso il nord Europa. Arrivato a Roma alle 7:30 alla stazione Tiburtina ancora con le ciabattine e i vestiti dello sbarco, alle 10 si presenta a Civico e un’ora dopo si ritrova catapultato al museo MAXXI insieme a tutti gli altri ragazzi. Tornato qui un po’ frastornato, prende un post-it e sente l’urgenza di scrivere una piccola lettera (nella sua lingua): «Caro Civicozero, volevo ringraziarti per la visita di oggi. Ti devo dire la verità, di quello che ho visto in quel museo non ho capito niente, ma muovermi in quegli spazi mi ha ricreato l’anima». 
Mesaroli racconta poi la storia di un ragazzo ucraino scappato dopo l’esplosione del conflitto, sradicato repentinamente dal suo paese e arrivato in Italia non soltanto con i traumi della guerra, ma in una condizione di sospensione. Il disagio dei ragazzi – sottolinea – assume infinite sfumature che noi dobbiamo essere in grado di leggere nella loro complessità. Per esempio, questo ragazzo non si concedeva il privilegio di vivere serenamente in Italia, ma si condannava permanendo in una sorta di apnea sia perché desiderava tornare al suo paese, e temeva che sentendosi bene era come se si arrendesse al suo destino, sia perché aveva un fortissimo senso di colpa nei confronti di chi era rimasto in Ucraina. Come è avvenuta la trasformazione? Nel suo paese il ragazzo era un pianista bravissimo e qui ha trovato la possibilità di suonare una tastiera: un punto di snodo tra passato e presente. È riuscito così ad ancorarsi a una continuità, a un senso di normalità, a rappresentarsi non come il povero rifugiato ucraino scappato dalla guerra, ma come il ragazzo di sempre, il pianista. Adesso ha 23 anni, l’altro giorno è tornato qui per dirci che sta pensando di iscriversi al Conservatorio e ci ha commossi facendoci sentire i brani che sta preparando per l’esame di ammissione. 
Un altro ragazzo, guineano, qui si è sperimentato nei laboratori di danza, rap, teatro, percussioni e lo ha fatto in termini di svago, perché per lui la priorità era trovare un lavoro. Oggi lavora come pizzaiolo con un contratto in regola e ci ha detto: «Partecipare a quei laboratori mi ha trasformato profondamente e sono arrivato a un punto di equilibrio: la consapevolezza che il mio stipendio mi serve metà per l’affitto e metà per il pianoforte». Il fatto che lui dica: sono sereno nell’investire metà del mio stipendio in pianoforte, che è una metafora della qualità della vita, dell’effimero, del superfluo, è un grosso cambio di prospettiva. 
Infatti quasi mai si associa al tema delle migrazioni quello della qualità della vita, è una battaglia culturale che faccio da anni. 
C’è il rischio di apparire naif quando se ne parla, soprattutto in contesti che si sentono sopraffatti dall’emergenza migratoria. C’è la corsa contro il tempo: «Mohammed tra sei mesi compie 18 anni, sarà fuori dalla struttura, non può perdere tempo al museo o a fare teatro con voi perché ha il corso di formazione». È innegabile, ma se si riesce a introdurre un pensiero complesso, piuttosto che l’opposizione binaria tra perdita di tempo e investimento assoluto sul tempo, dissequestrando i ragazzi e il sistema stesso da questa smania, si riesce a mettere insieme tutto. Noi, anche per l’ambito lavorativo, puntiamo tanto sulle competenze trasversali, sulla capacità di gestire la frustrazione, mediare i conflitti, saper aspettare, elementi su cui si fonda l’abilità dei ragazzi anche di tenerselo un lavoro, forse ancora più importante di specifiche competenze tecniche. 

Perché Civicozero
Per dare un civico a chi non ce l’ha. Il civico, in senso letterale, è un indirizzo. È la cosa più elementare che ti chiede qualsiasi sportello, ufficio, modulo. Senza, non esisti. Con, cominci a esistere – almeno per il sistema. Noi eravamo quel primo punto fermo. Uno spazio fisico, un riferimento stabile, qualcuno che ti aspettava anche quando non avevi detto che saresti venuto. (dal sito Civicozero.eu)


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