Con uno sguardo che ci fa amare ogni cosa

Intervista a Sergio Romano, attore

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Foto di Domenico Cicerone

Dopo il diploma presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi a Milano, la carriera di Sergio Romano – nato a Brescia 65 anni fa – è iniziata con il film Auguri Professore di Riccardo Milani e non si è più fermata: al cinema ha lavorato tra gli altri con Stefano Mordini (Il testimone invisibile e La scuola cattolica), con Alessandro Roia (Con la grazia di un Dio), con Paolo Strippoli (La valle dei sorrisi), con Alessandro Tonda (Il nibbio). In tv è diventato celebre per il suo ruolo nella fiction con Gabriel Garko L’onore e il rispetto 2, lavorando poi a grandi produzioni come Squadra Antimafia e Che Dio ci aiuti, fino ai recenti Romulus (regia di Matteo Rovere) Petra (con Paola Cortellesi) e Avvocato Ligas (con Luca Argentero). Attore teatrale, collabora con la compagnia Carrozzeria Orfeo. Ha ricevuto il premio David di Donatello 2026 per il film Le città di pianura di Francesco Sossai come miglior attore protagonista.

«Credo che ci si educhi alla bellezza partendo dal riconoscere i veleni della nostra società e provando a creare ponti, perché aiutano noi e aiutano la nostra creatività».
Vincitore del David di Donatello 2026 come miglior attore protagonista per Le città di pianura (film pluripremiato con otto statuette, dalla regia alla produzione, a miglior film), Sergio Romano è un attore sempre attento alla qualità, al valore delle opere che interpreta, fin dal primo Hamlet del 1994 di cui parla a lungo nell’intervista. Il Buddismo lo accompagna da oltre trent’anni, sostenendo sia il suo percorso di vita, sia quello lavorativo. È impegnato nelle attività dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e nella promozione della campagna Senzatomica per l’abolizione delle armi nucleari. Lo incontriamo per parlare di cinema, arte, cultura, bellezza, meraviglia.

Questo numero ha per tema la bellezza, intesa come emozione dell’anima, connessione con l’essenza della nostra umanità, una bellezza generatrice di pace. Che cos’è per te?
Prima di tutto è vederla nella vita, con uno sguardo che tutto a un tratto ti fa vedere le cose con una benevolenza diversa, un piacere diverso, un amore diverso, e anche con maggiore creatività. È contemplare, ammirare il mistero, come quando ti trovi di fronte a un’opera d’arte. Quello che mi dà più gioia è la capacità di cogliere la bellezza in ogni cosa, così com’è. Che mi riaccende anche un sentimento di forza e di riconciliazione, e mi commuove. La bellezza, ad esempio rispetto all’esperienza di questo film, è stata tutto a un tratto guardare quali incredibili connessioni mi avevano portato lì.

Hai fatto tantissimo teatro nel corso del tempo, poi televisione, cinema. Quali sono i personaggi più belli che hai interpretato? Ce n’è qualcuno che ti ha particolarmente appassionato?
Sicuramente con Carlobianchi, il personaggio che interpreto ne Le città di pianura, c’è stato un incontro meraviglioso. Devo dire poi che di questo film mi ha appassionato l’intero progetto.
Un altro personaggio che mi viene in mente è Hamlet (Amleto), perché ho avuto l’occasione di interpretarlo con Benno Besson, uno dei più importanti registi del Novecento, che mi ha trasmesso la sua visione di un ragazzo pieno di vitalità, ironico, con una grande sofferenza dentro ma con una volontà estrema di vivere. Che fa tanti errori, è forse l’unico assassino della pièce. Per Besson, Hamlet è un uomo con mille contraddizioni, che ha un rapporto estremamente critico e conflittuale rispetto al suo ruolo di principe e quindi nei confronti della guerra e dell’espansione dell’impero. La sensibilità del regista mi aveva portato a vedere non solo il tema della vendetta, ma anche un ragazzo che non aderisce a questo pensiero e che non agisce per rabbia, ma lo fa per l’assurdità di un mondo che manda la gente a morire. E che conclude uno dei suoi monologhi dicendo: «Oh, da ora i miei pensieri sappiano di sangue o non siano più niente» (trad. di Cesare Garboli, Einaudi 2009) con un sentimento di rivolta adolescenziale contro un mondo che sembra capire solo la violenza. Ho amato molto questo Hamlet, mi è rimasto ancora nel cuore nonostante lo abbia interpretato tanto tempo fa.

In una recente intervista hai detto: «Ho avuto la fortuna di incontrare uomini e donne che mi hanno profondamente ispirato, però anche la capacità di lasciarsi ispirare è qualcosa che bisogna coltivare». Quali sono queste persone e che atteggiamento si deve avere per lasciarsi ispirare?
La capacità di farsi ispirare penso che vada coltivata, perché c’è bisogno di avere il cuore libero, l’animo leggero, disponibile. Serve uno spirito che si metta in una posizione di ascolto.
Sicuramente mi dimenticherò di un’infinità di persone che mi hanno ispirato, ma con questo riconoscimento è come se a un tratto vedessi i fili della mia vita e sento gratitudine per tutti. A cominciare dal mio professore di lettere dell’Istituto tecnico per geometri, che mi ha ispirato con le sue lezioni su Dante e il suo modo di essere. Penso a mio padre, per l’atteggiamento al di là delle parole, e a mia madre per il sostegno nella mia carriera, è stata una mia fan dall’inizio e questo mi ha dato un fondo di forza assoluta e di gioia. E al continuo esempio dei nostri maestri, a Daisaku Ikeda. Anche le esperienze dei compagni di fede sono una chiave di volta che mi tocca tanto emotivamente. E Pia, la mia compagna, mi ispira sempre a credere in me stesso e nella vita… stiamo veramente attraversando la vita insieme.
Rispetto al mio lavoro ho già nominato Benno Besson, poi Pippo Delbono con Barboni, Marco Ferreri con La grande abbuffata. Ugo Tognazzi, non tanto perché è di Cremona come me, ma perché porta sullo schermo qualcosa negli occhi che è quello che mi emoziona. Tra l’altro sto lavorando con sua figlia adesso, Maria Sole Tognazzi. E Ken Loach! Mi piace quella verità, quella necessità delle persone nelle storie che racconta. E l’asciuttezza nel modo di raccontarle.
Mi ha ispirato sicuramente Francesco Sossai, il regista de Le città di pianura, una persona che ha solidi riferimenti culturali che mi hanno aiutato a trovare la luce da seguire. Con lui c’è stato un lavoro dinamico, che mi ha reso parte attiva: quello che cercava era un primo piano che fosse vivo.

È un momento molto difficile e delicato per il mondo del cinema e della cultura tutta nel nostro paese. In questo clima non rinunciare all’importanza di educare e di educarsi costantemente alla bellezza diventa ancora più urgente. Tu cosa ne pensi?
Trovo davvero stimolante la parola “costantemente”. La vita cambia di attimo in attimo e per una serie di ragioni io cerco di tenere le bocce ferme, ma non si può. Quindi entrare in questa dinamica continua è estremamente realistico e necessario perché riguarda la vita, che funziona così.
Tornando a Benno Besson, la sua visione del contesto di Hamlet era quella di una società invasa da un veleno, il veleno della vendetta che porta alle guerre, distrugge i rapporti, annienta anime meravigliose come quella di Hamlet.
Noi viviamo in un mondo invaso dai veleni, leggiamo qualunque avvenimento in una disposizione conflittuale: stai con me o contro di me? È difficile avere una condivisione creativa vivendo in una dimensione di questo tipo. Credo che bisogna “educarsi” partendo dal riconoscere questi veleni, esserne coscienti e provare a creare ponti, perché aiutano noi e aiutano la nostra creatività.
Questo vuol dire tirarci via dal confronto basso, piccolo, che avviene a tutti i livelli, sia politici sia culturali. Avere questa consapevolezza ci aiuta ad assumere la nostra piccola responsabilità di questo veleno e quindi a provare a porci in modo diverso, a creare un ponte, creare relazioni.

Quando hai ricevuto il David di Donatello, nel discorso di ringraziamento hai detto, a proposito del film: «Il nostro paese ha bisogno di essere raccontato, ha bisogno di essere visto.
Come un bambino ha bisogno di essere visto, come ognuno di noi ha bisogno di essere visto e di specchiarsi negli occhi degli altri. Quindi la riflessione è semplicemente: cosa stiamo guardando? Questa è la nostra responsabilità». Che ruolo ha il cinema, come settima arte, in questo processo? E ancora: secondo te, anche alla luce di cosa si intende per bellezza, quali emozioni vuole suscitare questo film in chi lo guarda?
Non so quali emozioni voglia suscitare Le città di pianura. Avendo conosciuto Francesco e avendolo sentito rispondere a domande simili, credo che lui nutra un grande amore per la sua terra e voglia semplicemente che si guardi soprattutto quello che non è stato visto, con uno sguardo dolce.
Se ci pensate è una vicenda di due persone di oltre 50 anni che avevano vissuto un’esplosione economica incredibile e poi vivono la crisi del 2008, che per il Veneto e il Triveneto è stata gravissima, con una caduta di valori enorme. Dietro c’è un tema di grande drammaticità, però l’intenzione penso sia quella di osservare la resilienza in un determinato contesto culturale. Credo che Francesco abbia voluto soprattutto guardare.
Più lo sguardo è specifico, più è intimo e più racconti qualcosa che deve essere calato in quel posto lì. Il nostro paese penso che ne abbia bisogno, anche nelle sue lingue diverse e nell’ascolto di suoni diversi. Noi abbiamo la necessità di specchiarci per riconoscerci, come un bambino ha bisogno di essere visto. Che ruolo ha il cinema in questo?
Penso che riguardi tutte le arti, l’esigenza di specchiarsi negli occhi degli altri credo che sia umana, perché ti aiuta a capire chi sei.
Mi piacciono film di questo tipo perché non hanno una velocità legata solo alla trama, ti danno modo di stare lì a chiederti: cosa devo vedere? Credo che questo crei un dialogo e renda più attivi.

Prima parlando della bellezza hai detto che è “ammirare il mistero”. In questo momento in cui tutto deve avere una spiegazione, forse mistero è una parola chiave, perché ci concede la possibilità di sospendere questa tendenza e stupirci della bellezza.
Come quando nelle notti d’estate ti metti a guardare le stelle… è veramente una fortuna, una meraviglia. Daisaku Ikeda ha scritto un libro bellissimo, La vita. Mistero prezioso. Grazie alla pratica buddista e ai compagni e alle compagne di fede della Soka Gakkai, il cosiddetto sangha, cambia profondamente la direzione del cuore, nasce il desiderio della felicità di ogni persona e il legame col maestro avviene quasi in modo naturale, necessario.
Mi è stato chiaro fin dall’inizio del mio percorso buddista che per realizzare l’impossibile avrei dovuto cambiare stato vitale e determinazione, ed è quello su cui riflettevo prima della cerimonia dei David di Donatello.
C’era sicuramente la soddisfazione per il film, per l’esperienza vissuta. Però una volta che si viene nominati è naturale voler vincere. Mentre mi confrontavo con questo tema della vittoria mi sono ricordato di un’esperienza raccontata da Herbie Hancock, credo nel suo libro Possibilities, di quando era stato nominato all’Oscar per le musiche del film Round Midnight, e di come si fosse messo a recitare Daimoku per sentire la vittoria prima che accadesse. Ho cercato di essere ispirato dal suo atteggiamento e di fare come lui.


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