BS 267 / 1 luglio 2026

Se esporsi al bello diventa metodo

Incontro con Civicozero | a cura di Vanessa Donaggio

Quando in redazione abbiamo iniziato a progettare questo numero ho subito pensato a Civicozero, un centro diurno per minori stranieri non accompagnati che si trova a Roma, nel quartiere San Lorenzo. È un luogo che colpisce per la sua bellezza, realizzato da giovani architetti e architette, che si distingue puntando proprio sul bello come messaggio, cambio di passo, possibilità, in contrasto allo squallore e alla trascuratezza che solitamente caratterizza i luoghi per migranti. Conosco Rodolfo Mesaroli, psicologo e direttore scientifico della cooperativa sociale Civicozero, per aver frequentato corsi in cui era docente e in cui raccontava della bellezza come metodo di accoglienza che mi aveva incantata. Poi ho frequentato Civico nel mio percorso di tutrice di un minore straniero e allora ho pensato di tornarci per un dialogo su questo tema. All’incontro hanno partecipato sia Mesaroli sia Dario Corallo, responsabile della comunicazione

Un primo aspetto che noi consideriamo – evidenzia Rodolfo Mesaroli – è la bellezza come leva di legittimazione. I ragazzi che accogliamo quotidianamente hanno bisogno di uno spazio di legittimazione perché portano dentro di loro molteplici forme di inquietudine. L’erranza infatti non va intesa soltanto in termini fisici e geografici ma anche psichici, esistenziali. Riguarda quel movimento che questi giovani mettono in atto: una costante oscillazione tra fuga, tentato ancoraggio, tentato radicamento quindi bisogno di appartenenza, fallimento, espulsione, nuovo tentativo, nuovo fallimento, nuovo tentativo. Tutto questo ha bisogno di essere contenuto e sublimato in un’energia vitale che deve trovare uno spazio di affermazione, che secondo noi sta anche nella bellezza fruita e agita, e che a volte può essere un antidoto. Non che si possa sostituire del tutto alla bruttezza, allo squallore e alla dimensione distruttiva che vivono questi ragazzi. Servono uno spazio e un tempo di transizione. La sfida è reintrodurre la bellezza non in una maniera dirompente o che demonizzi quello che vivono fuori, ma per apportare una variazione, un diversivo. A Civico i ragazzi creano installazioni artistiche che parlano della loro vita, della loro dignità, che li accompagnano in un percorso introspettivo per loro sostenibile. È una cosa che si sedimenta nel quotidiano, con piccole esperienze, graduali esposizioni all’esperienza della bellezza. Il nostro è un centro diurno aperto dalle 10 alle 18 che offre una parentesi in termini di bellezza e opportunità, ma poi i ragazzi ritornano al loro “fuori”. Il passaggio più delicato è quello di accompagnarli in un’integrazione di queste due dimensioni.

Tante storie
Mi viene in mente un esempio – racconta Dario Corallo – di come il rapporto con il bello possa essere quasi catartico: durante una visita organizzata alla Galleria Borghese una ragazza si era imbambolata davanti a una statua del Bernini, mentre il resto del gruppo era andato avanti. La nostra operatrice se ne accorse, tornò indietro e la vide che guardava Enea che fugge da Troia con Anchise sulle spalle e il figlio per mano. Le chiese cosa stesse succedendo e la ragazza rispose: «Questa sono io». Si era “riconosciuta”. Il rapporto con la bellezza serve a guardarsi allo specchio e può diventare anche uno strumento di evoluzione.
Penso anche all’esperienza di un ragazzino eritreo di 14 anni appena arrivato a Roma. Fino a una settimana prima stava in un lager libico, poi dopo 4 giorni in mare era approdato a Lampedusa e collocato in un centro di primissima accoglienza, da cui era scappato diretto verso il nord Europa. Arrivato a Roma alle 7:30 alla stazione Tiburtina ancora con le ciabattine e i vestiti dello sbarco, alle 10 si presenta a Civico e un’ora dopo si ritrova catapultato al museo MAXXI insieme a tutti gli altri ragazzi. Tornato qui un po’ frastornato, prende un post-it e sente l’urgenza di scrivere una piccola lettera (nella sua lingua): «Caro Civicozero, volevo ringraziarti per la visita di oggi. Ti devo dire la verità, di quello che ho visto in quel museo non ho capito niente, ma muovermi in quegli spazi mi ha ricreato l’anima». 
Mesaroli racconta poi la storia di un ragazzo ucraino scappato dopo l’esplosione del conflitto, sradicato repentinamente dal suo paese e arrivato in Italia non soltanto con i traumi della guerra, ma in una condizione di sospensione. Il disagio dei ragazzi – sottolinea – assume infinite sfumature che noi dobbiamo essere in grado di leggere nella loro complessità. Per esempio, questo ragazzo non si concedeva il privilegio di vivere serenamente in Italia, ma si condannava permanendo in una sorta di apnea sia perché desiderava tornare al suo paese, e temeva che sentendosi bene era come se si arrendesse al suo destino, sia perché aveva un fortissimo senso di colpa nei confronti di chi era rimasto in Ucraina. Come è avvenuta la trasformazione? Nel suo paese il ragazzo era un pianista bravissimo e qui ha trovato la possibilità di suonare una tastiera: un punto di snodo tra passato e presente. È riuscito così ad ancorarsi a una continuità, a un senso di normalità, a rappresentarsi non come il povero rifugiato ucraino scappato dalla guerra, ma come il ragazzo di sempre, il pianista. Adesso ha 23 anni, l’altro giorno è tornato qui per dirci che sta pensando di iscriversi al Conservatorio e ci ha commossi facendoci sentire i brani che sta preparando per l’esame di ammissione. 
Un altro ragazzo, guineano, qui si è sperimentato nei laboratori di danza, rap, teatro, percussioni e lo ha fatto in termini di svago, perché per lui la priorità era trovare un lavoro. Oggi lavora come pizzaiolo con un contratto in regola e ci ha detto: «Partecipare a quei laboratori mi ha trasformato profondamente e sono arrivato a un punto di equilibrio: la consapevolezza che il mio stipendio mi serve metà per l’affitto e metà per il pianoforte». Il fatto che lui dica: sono sereno nell’investire metà del mio stipendio in pianoforte, che è una metafora della qualità della vita, dell’effimero, del superfluo, è un grosso cambio di prospettiva. 
Infatti quasi mai si associa al tema delle migrazioni quello della qualità della vita, è una battaglia culturale che faccio da anni. 
C’è il rischio di apparire naif quando se ne parla, soprattutto in contesti che si sentono sopraffatti dall’emergenza migratoria. C’è la corsa contro il tempo: «Mohammed tra sei mesi compie 18 anni, sarà fuori dalla struttura, non può perdere tempo al museo o a fare teatro con voi perché ha il corso di formazione». È innegabile, ma se si riesce a introdurre un pensiero complesso, piuttosto che l’opposizione binaria tra perdita di tempo e investimento assoluto sul tempo, dissequestrando i ragazzi e il sistema stesso da questa smania, si riesce a mettere insieme tutto. Noi, anche per l’ambito lavorativo, puntiamo tanto sulle competenze trasversali, sulla capacità di gestire la frustrazione, mediare i conflitti, saper aspettare, elementi su cui si fonda l’abilità dei ragazzi anche di tenerselo un lavoro, forse ancora più importante di specifiche competenze tecniche. 

Perché Civicozero
Per dare un civico a chi non ce l’ha. Il civico, in senso letterale, è un indirizzo. È la cosa più elementare che ti chiede qualsiasi sportello, ufficio, modulo. Senza, non esisti. Con, cominci a esistere – almeno per il sistema. Noi eravamo quel primo punto fermo. Uno spazio fisico, un riferimento stabile, qualcuno che ti aspettava anche quando non avevi detto che saresti venuto. (dal sito Civicozero.eu)


buddismoesocieta.org