BS 267 / 1 luglio 2026

La bellezza è un ponte

immagine di copertina
Foto di Daisaku Ikeda, Seikyo Press

Una riflessione di Giulietta Stirati, docente di Lettere presso un liceo scientifico nel quartiere Tor Bella Monaca, nel sesto municipio di Roma, che ci racconta il suo percorso nell’aumentare l’esperienza della bellezza insieme ai ragazzi e alle ragazze delle sue classi: «Cercare insieme, tessere una tela a più mani, scoprire la ricchezza della vita, e farla entrare a scuola»

L’insegnamento è la mia esperienza fondativa, nel senso che non c’è separazione tra ciò che guida la mia vita e il senso del mio lavoro. È una consapevolezza che ho costruito praticando il Buddismo, che mi ha alleggerita del peso del giudizio e al tempo stesso mi ha permesso di radicarmi in una decisione che ha cambiato la postura con cui sto nel mondo. Con gioia mi sono resa conto di quanto io posso imparare dalle mie classi e quanto loro possono imparare con me.
All’esame di maturità di quest’anno ho portato, come docente interna, una classe di trentuno allievi: trentuno vite diverse, trentuno modi di sentire diversi, trentuno elevato alla n problemi diversi. La bellezza è vedere, riconoscere e amare questa varietà, vedere quella fioritura anche quando non è manifesta. È difficilissimo, ed è bellissimo.
Ho proposto a questa classe di adottare, a ciascuno e ciascuna, una parola e di portarla nel mondo: una parola che aderisca alla loro vita, che sia una traccia viva della loro presenza autentica.
La parola che ho scelto di adottare per me è “ponte”. La bellezza è un ponte dove ci incontriamo. La cultura è un ponte. Per costruire un ponte ci vuole l’arte. Il ponte tiene insieme, il ponte unisce. Le parole sono un ponte. E la bellezza ha a che fare con l’incontro in uno spazio che permette di vedere l’altro per come è e non per come io vorrei che fosse.
Vedo bellezza nello stupore dei loro occhi quando io non pretendo l’immediata risposta giusta. Si costruisce bellezza sul ponte della fiducia fra me e loro: li devo proprio ascoltare, devo proprio credere in loro. Questa esperienza permette di avvicinarci e di trovarci in un punto di incontro, che è quello in cui si manifesta la fiducia che permette l’esperienza della bellezza attivando tutti i sensi.
Questi ragazzini sono meravigliosi, molti di loro vengono da contesti difficili, l’intero sesto municipio di Roma lo è: si vive qui l’effetto di una mancata bellezza. La sfida sta nel provare a credere nella bellezza anche laddove sembra che non vi sia speranza. Ci riesco? Non sempre, spesso non ci riesco. D’altronde, l’immagine del ponte è il senso del dialogo: io sto parlando a qualcuno. Se parlo soltanto per me, loro non mi ascoltano più: sono la migliore cartina tornasole in questo senso.
L’esperienza più difficile da fare è vedere il fallimento dell’insegnamento quando si dimentica chi si ha davanti. Ma cogliere il senso degli ostacoli è uno dei più grandi benefici che io abbia ricevuto grazie al Buddismo. Ho capito che quando non li raggiungo è perché non sto camminando verso di loro, e ringrazio la vita di questa possibilità che ho di farlo, ogni giorno.
Io stessa al liceo sono stata bocciata con l’accusa di essere stupida. La mia storia scolastica è la storia di una bambina che era stata sempre super fantasiosa, che però ha patito la propria originalità venendo sempre abbassata dalle insegnanti fino a perdere la bellezza dello studio, che avevo trasformato in gara.
Ma la bellezza non è controllo. La bellezza non è gara, anzi: l’etimologia di gara è la stessa di guerra. Quindi, poiché non è la classifica il mio obiettivo, ma crescere io mentre faccio crescere, costruisco uno spazio per accogliere i loro silenzi, le loro critiche, le loro accuse come richieste a cui io posso dare una risposta, e la letteratura mi aiuta a dare la risposta.
Per esempio Dante, il Paradiso. È noioso, è difficile, è lontano da noi. Eppure, se ci chiediamo di che cosa è fatta la felicità, da lì ci arriva una risposta che parla alla nostra vita: la felicità del Paradiso è fatta di luce, di musica, di danza, di sapori meravigliosi. Allora, se cambiamo la domanda, la risposta si rivela sorprendente.
Questi ragazzi e queste ragazze sono veramente il fiore della terra, sono veramente il futuro. È qualcosa di talmente tanto importante che non mi va di affermare il mio piccolo io. Questo è per me il grande io: un io che accoglie e tiene insieme gli adolescenti e tocca il futuro grazie a loro.
Come è successo in quella lezione, due ore di latino in una classe di liceo scientifico che, notoriamente, odia il latino. Preparazione per il compito in classe che avrebbero avuto lunedì su Orazio e sui temi che avevamo affrontato. Al centro della lezione una domanda: “Si può abitare il proprio tempo?”. Abbiamo dato il via a una riflessione collettiva a partire dal loro vissuto, dal significato stesso della parola “abitare/abito/abitudine”. I contributi, inizialmente timidi, sono andati espandendosi in largo e in profondità, e quando è suonata la campanella noi non l’abbiamo sentita. Eccola, la bellezza. Cercare insieme, tessere una tela a più mani, scoprire la ricchezza della vita e farla entrare a scuola.


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