BS 267 / 1 luglio 2026

Dal bello al bene

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Ascoltare musica, leggere, andare a teatro, al cinema, può donarci un sollievo che offre un contributo decisivo nell’affrontare lo stress della quotidianità e i drammi del percorso esistenziale. Secondo Makiguchi la bellezza ha un ruolo chiave nella costruzione di una vita felice in quanto sorge da un rapporto vitale tra un soggetto e un oggetto. E a prescindere da patenti di “grandezza” apre il cuore e connette agli altri

Una mosca è bella? In base alle nostre sensazioni, è probabile che risponderemmo di no. Ma Aristotele notava che il giudizio estetico ha bisogno non solo di sensibilità, ma anche di intelletto: questo può farci riflettere sul fine di ciò che stiamo guardando e confrontarlo con i dati dei nostri sensi. Ogni caratteristica delle ali, dell’addome o delle antenne di una mosca è perfettamente adeguata alla realizzazione dei suoi scopi e, in quest’ottica, essa può apparirci bella. Analogamente, un uomo o una donna adulti – nella misura in cui stanno portando a compimento il proprio fine: una vita felice perché virtuosa – manifesteranno paradossalmente una bellezza che può essere anche più intensa di quella di quando erano giovani: la realizzazione interiore trasparirà nel portamento, nello sguardo… in una sorta di non-dualità tra estetica ed etica.
Abbiamo fin qui accennato alla bellezza naturale. L’ambito della cultura non è certo estraneo all’influsso delle meraviglie della natura, ma ha una sua dimensione estetica specifica, che è indispensabile alla piena realizzazione delle nostre vite. Ascoltare musica, leggere narrativa, saggi o poesia, andare a teatro, al cinema… può anzitutto donarci un sollievo – in alcuni casi una vera esperienza catartica – che offre un contributo decisivo nell’affrontare lo stress della quotidianità e i drammi del percorso esistenziale. Come fruitori d’arte possiamo sollevarci sopra il groviglio di desideri e sofferenze che ci stringe il cuore e guardare la nostra vita dal di fuori, riflessa nello specchio dell’esperienza estetica. L’artista trasforma infatti vicende particolari in rappresentazioni ideali che possono farci comprendere la radice universale del nostro dolore tramite l’immedesimazione con ciò che viene narrato, e liberarci in tal modo dall’eccesso di emotività che ci travolge.
Oppure, una canzone o un film piacevole possono semplicemente rilassarci dopo una giornata di lavoro. Questa funzione non è certo da disprezzare in sé. Ma oggi la cultura è perlopiù sfruttata dall’industria, perdendo quella capacità di mettere in discussione l’esistente – e in particolare le strutture sociali oppressive e alienanti – di cui la grande arte del passato, in modo più o meno diretto, era dotata. Se è dunque sciocco demonizzare la canzonetta che intrattiene, lo sarebbe altrettanto limitarci a quel tipo di prodotto estetico, che risponde a mere logiche di mercato.
Daisaku Ikeda ci ha sempre invitato a leggere i “grandi” romanzi, che possono aprirci nuovi squarci, darci strumenti di dialogo, affinare la sensibilità per la sofferenza delle persone e la consapevolezza delle nostre potenzialità; ha voluto porgere la grande pittura mondiale al popolo giapponese fondando il Fuji Art Museum; veicolare la musica migliore al mondo creando l’associazione concertistica Min On… In questo modo ha inteso colorare artisticamente la Soka Gakkai, conferendole una delle caratteristiche che la contraddistinguono come comunità religiosa sui generis, volta a creare tasselli di pace con le trasfusioni culturali.
D’altra parte, Tsunesaburo Makiguchi sottolineava che la bellezza ha un ruolo chiave nella costruzione di una vita felice in quanto sorge da un rapporto vitale e concreto tra un soggetto e un oggetto. Non va intesa come meramente oggettiva; è qualcosa che – a prescindere da patenti di “grandezza” o “verità” – mi dà un piacere peculiare e immediato, mi apre il cuore, mi connette agli altri, mi permette di creare valore come autore o fruitore dell’esperienza estetica. Guai, dunque, a storcere il naso di fronte a un tentativo sincero di esprimere la propria creatività per superare un disagio o per incoraggiare altri. E occhio alla pervicace tendenza di artisti e intellettuali (le persone dei “due veicoli” di Studio e Realizzazione, secondo la teoria buddista dei dieci mondi) a porsi su un piedistallo. All’ingresso della Soka University campeggia una domanda incalzante: «A che scopo si dovrebbe coltivare la saggezza?». Dovremmo sempre chiederci se la bellezza delle nostre realizzazioni culturali è l’anticamera del bene – della condivisione volta allo sradicamento della miseria fisica e morale – o se è solo una narcisistica torre d’avorio.
Ma la via della non dualità di estetica ed etica non è affatto scontata, e le scorciatoie ideologiche portano all’opposto della meta. Tanti e terribili sono stati i tentativi di irreggimentare intellettuali e artisti imponendo alle loro creazioni limiti politici o religiosi. L’arte e la cultura non possono che essere libere, e il bello potrà essere buono solo attingendo alle sorgenti della spiritualità, quelle che nessun clero e nessuno Stato può ridurre a dogmi.
Anche sul piano dei fruitori e degli “amatori” di arte e cultura in genere, è chiaro che la bellezza può essere avversaria del bene. La vita estetica descritta da Kierkegaard è ossessionata dal bello, inteso come ciò che dà sempre nuovi e più intensi piaceri, che attrae per la sua eccezionalità, che si vuole possedere – si tratti di un corpo, di un quadro o di una scienza – per metterlo nella propria saccoccia esperienziale o nel proprio bagaglio culturale. La vita etica mira invece alla continuità tra passato, presente e futuro, nella fedeltà a promesse contributive fatte in primo luogo a sé. Essa può apparire bruttina, nella sua apparente monotonia lavorativa, sentimentale o altrimenti comunitaria. Ma se è innervata spiritualmente dall’interno, diviene “originalità nella ripetizione”, reinvenzione continua del passato alla luce del futuro in costruzione nel presente. Così, tramite la creatività spirituale, il bello può germogliare. (Donato Ferdori)


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