Per coltivare la capacità di stupirsi

Una prospettiva buddista su | Spirito di ricerca

«In definitiva la fede nel Buddismo non è una fede cieca e fanatica che respinge i criteri della ragione: è una funzione della mente razionale, un processo di sviluppo della saggezza che comincia con un devoto spirito di ricerca» (Daisaku Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, vol. 1, p. 262).

«Non è possibile comprendere a fondo il Buddismo senza lo spirito di ricerca che arde nel cuore» (Daisaku Ikeda, Lo splendore di chi si impegna in prima linea per kosen-rufu, p. 54).
È lo spirito di imparare sempre, il desiderio di crescere. Per noi buddisti è il costante impegno a ricercare la condizione vitale della Buddità, il desiderio di ricercare consigli da chi pratica da più tempo, di studiare gli insegnamenti con passione. Nichiren Daishonin stesso incoraggiava i discepoli a fare domande e lodava coloro che dimostravano un autentico spirito di ricerca.
È una disposizione d’animo che non è per tutti naturale, ma si può e si deve coltivare. Di sicuro ne vale la pena. Ha infatti tantissimi “effetti collaterali” che farebbero, anzi fanno di noi persone meravigliose. Chi non smette mai di imparare rimane giovane, ha la capacità di stupirsi, meravigliarsi, di trovare la bellezza nella natura, nelle opere d’arte, nelle relazioni, nella compagnia di un amico o nel sorriso di un bambino. La vita, per coloro che coltivano ed esercitano lo spirito di ricerca, è più frizzante, dinamica. Chi non ha spirito di ricerca, al contrario, è spiritualmente morto, è fermo, non può crescere, finendo il più delle volte per lamentarsi. Scrive Daisaku Ikeda: «La cosa più importante per gli esseri umani non è il denaro o la fama, ma continuare a imparare. Se una persona non ha questo atteggiamento non merita la stima degli altri, per quanto sia famosa. Chi persevera tutta la vita con il desiderio di imparare è degno di rispetto» (La mappa della felicità, Esperia, 7 maggio).
Per essere campioni di spirito di ricerca occorre avere il coraggio di uscire dal proprio porto sicuro, di essere disposti a superare le proprie convinzioni, le certezze che talvolta ci fanno sentire più sicuri ma che inevitabilmente ci ingabbiano, per impararne delle altre. Bisogna essere capaci di lasciare la propria “comfort zone” per aprirsi all’ignoto. Senza pesantezza, allegramente, “a cuor leggero”. Come il ragazzo delle Montagne Nevose citato nelle scritture buddiste, un vero campione dello spirito di ricerca, che per ascoltare la seconda parte di un prezioso insegnamento buddista è pronto a sacrificare la propria vita dandosi in pasto a un demone. Il quale però si rivela una divinità buddista che voleva mettere alla prova la fede del giovane e ora lo accoglie lodando il suo spirito sincero.
Una cosa è certa: per avere un simile coraggio, una simile apertura, per avere desiderio di imparare sempre, occorre avere una grande forza interiore. Ma dove trovo questa forza? E analogamente, dove devo cercare questo spirito di ricerca, soprattutto se mi sento spacciato per il fatto, il più delle volte, di non possederlo? Illuminante in questo senso, una spiegazione della parabola “la gemma nel vestito” contenuta nel Sutra del Loto. La vicenda racconta di un uomo povero che va a trovare un amico, beve vino, si ubriaca e si addormenta. L’amico, dovendo partire per un incarico urgente, cuce una gemma di inestimabile valore nella fodera del vestito dell’ospite, senza che questi se ne accorga. L’uomo si risveglia, lascia la casa dell’amico e viaggia, vivendo in povertà e faticando per procurarsi da vivere. Molto tempo dopo incontra nuovamente l’amico che gli rivela la presenza della gemma, facendogli capire che è sempre stato ricco senza saperlo. Ecco, nel libro La saggezza del Sutra del Loto viene spiegato che questa pietra preziosa non è altro che lo spirito di ricerca, lo spirito di ricercare la saggezza del Budda. Non occorre cercarlo chissà dove, tutti noi lo possediamo. Gli esseri umani sono per natura forti, saggi, allegri, coraggiosi e la fede ha il potere di portare alla luce queste qualità (cfr. La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, vol. 1, pp. 383-384).
C’è infine un altro aspetto di questo atteggiamento che non dobbiamo mai dimenticare di coltivare. Ikeda lo definisce “lo spirito di ricerca verso il punto di origine”: è la relazione con il maestro, il quale apre e indica la via della pratica buddista per basare la vita sulla Legge mistica, allo scopo di far risplendere la nostra umanità. «Senza spirito di ricerca verso il “punto d’origine” – il legame tra maestro e discepolo – la Legge mistica non potrà pulsare nelle nostre vene e non arriverà al nostro cuore. [...] Benché la Legge sia corretta e meravigliosa, se non riversiamo la vita intera nel flusso dell’acqua pura della fede, non ci sarà modo di attingere a questa forza. Pertanto, è fondamentale [mantenere] sempre un atteggiamento umile nel ricercare la Legge, e ricercare indicazioni sul modo corretto di praticare. L’atteggiamento di chi non cerca consigli pensando: “Io pratico da molti anni”, oppure: “Ho già studiato abbastanza”, porta a cadere nelle illusioni e a perdere l’orbita corretta» (Lo splendore di chi si impegna in prima linea per kosen-rufu, p. 54).
Anche nella relazione con il maestro, tuttavia, lo spirito di ricerca non è mai passivo e statico. Non è solo desiderio di imparare, ma consiste anche nel prendere il testimone e, in quanto discepoli, cercare nuove strade nella direzione indicata dal maestro, con una prospettiva che include noi e gli altri.
(Lodovico Prola)


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