In queste pagine Pietro Turano ci racconta Fr*cinema, un progetto culturale sostenuto dai fondi 8x1000 della Soka Gakkai e promosso da Arcigay Roma Gruppo ORA APS in collaborazione con Fondazione Piccolo America / Cinema Troisi. Un’iniziativa per creare uno spazio stabile, accessibile e partecipato di fruizione, riflessione e formazione, valorizzando pluralità e contaminazione culturale
Puoi raccontarci come è nato il progetto Fr*cinema?
È nato tutto dall’incontro fra Arcigay Roma, che è l’associazione di cui sono vicepresidente e per la quale mi occupo di cultura, e il cinema Troisi, uno dei poli culturali più importanti della città. Da parte loro c’era il desiderio di avere una rassegna che parlasse di cultura queer e dal lato nostro la volontà di promuovere progettualità queer incontrando tutta la cittadinanza.
All’inizio volevamo semplicemente proiettare dei film; noi già organizzavamo delle serate come associazione in diversi cinema. Però poi mi sono detto: «Scommettiamo un po’ più in grande!». Questo è un tema: a volte come comunità marginalizzate penso che ci censuriamo un po’, pensiamo di meritare meno di quello che in realtà possiamo. Roma è la città del cinema ed è praticamente l’unica grande città in Italia dove non esiste un festival di cinema LGBTQIA+, e questo è un paradosso inaccettabile. Così è nata l’idea di fare un ciclo di serate creando uno spazio che fosse coraggioso, irriverente, a partire dalla scelta di un titolo forte, rischioso, come “Fr*cinema”. Il sottotitolo, “serate di riappropriazione dello spazio culturale”, mette al centro un’altra questione delle comunità non dominanti, cioè l’idea che quello spazio dobbiamo chiederlo, quando in realtà già ci appartiene, come appartiene a ogni persona, dobbiamo semplicemente riappropriarcene.
In questo numero parliamo di bellezza e di come l’arte sia un mezzo per migliorare la vita del singolo e della collettività. Sappiamo che i vostri incontri sono molto partecipati dai giovani. D’altro canto, sono proprio i giovani che stanno salvando le sale cinematografiche. Puoi raccontarci l’importanza del cinema come strumento per valorizzare la pluralità e contrastare gli stereotipi?
Parlo ovviamente per la comunità queer, ma credo valga per tante altre realtà. Viviamo in un mondo che non ti racconta quali e quante storie possono somigliare alla tua. Se in famiglia, a scuola e nel tuo percorso di crescita quella che capisci essere la tua identità non rientra fra quelle “previste”, non solo non puoi dirti, ma non puoi neanche immaginarti, perché non hai le parole; ed è così per tutte le persone queer. Nessuno ti dice che potresti essere gay, essere trans, ci arrivi a un certo punto, sbattendo la testa non contro ciò che ti somiglia, ma contro ciò che non ti somiglia come dovrebbe. E in questo scenario l’arte ha sempre rappresentato un territorio fondamentale per il riconoscimento, per l’individuazione, per la capacità di specchiarsi.
La maggior parte di noi ha trovato per la prima volta nei libri, nell’arte figurativa, nei film, nelle serie tv, una possibilità di riconoscersi. È stato così per me. Ho capito di essere gay grazie a una serie tv americana quando avevo undici anni. La cultura è uno specchio importantissimo per le minoranze, soprattutto nel tempo storico nel quale viviamo, dove l’Italia ad esempio è in fondo anche nell’ultima classifica di ILGA-Europe per la tutela dei diritti delle persone queer, e sappiamo che portare avanti istanze dal punto di vista istituzionale è estremamente difficile. In questo scenario, così come è stato in tutti i grandi momenti di crisi, la resistenza culturale diventa lo strumento di consapevolezza individuale e collettiva più potente che abbiamo, in quanto rappresenta l’elemento di rivoluzione anche dei linguaggi, che permette alle persone di rimettere insieme le idee.
Sì, il pubblico di Fr*cinema è principalmente giovane ma in realtà, e forse questo all’inizio non ce lo aspettavamo, è molto vario: ci sono persone dai 14 agli 80 anni. Non mi scorderò mai una coppia di uomini ottantenni che l’anno scorso hanno partecipato a tutte le serate negli stessi due posti, e di come alla fine di ogni appuntamento andavano al botteghino a prendere gli stessi due biglietti per la serata successiva.
Puoi condividere una tua riflessione sul rapporto tra bellezza e diversità, bellezza e inclusività?
Che bel tema. Per tanto tempo le persone queer hanno sentito che c’era una nota stonata nello spartito che hanno ricevuto, ma non capivano cosa significasse. Personalmente ho ridefinito il concetto di bellezza perché tante cose che mi sono state dette non parlavano di me, e tutto quello che afferisce alla semantica della bellezza era qualcosa che io non riconoscevo o che mi faceva sentire escluso. La mia condizione identitaria mi ha sempre portato a mettere in discussione il significato delle cose che mi venivano date per assolute, e ho capito che era importante cercare la bellezza nelle fratture, nelle intercapedini, nelle soglie. Sondare le crepe, gli spazi stretti, dove di solito, se allarghi, entra un po’ di luce e si scopre che nell’ombra ci sono risorse infinite di bellezza. È quello il mio territorio di ricerca e anche il modo in cui costruiamo la programmazione di Fr*cinema. Tutti i film sono mai o poco distribuiti in Italia, perché non hanno trovato la dignità e lo spazio nel circuito distributivo mainstream.
C’è un ricordo che hai particolarmente a cuore legato a questo progetto?
La più grande soddisfazione per me è la nascita del concorso nell’ambito del progetto, che è stata possibile solo con l’ingresso dei fondi 8x1000 della Soka Gakkai, e ha permesso di completare il senso stesso di Fr*cinema, perché lo ha trasformato in uno spazio dove possiamo promuovere l’accesso alla cultura per giovani professionisti e professioniste del cinema. Quindi Fr*cinema non è solo una rassegna in cui vediamo bei film, ma un progetto in cui facciamo bei film!
La partecipazione al concorso è gratuita e non prevede corti già realizzati, perché poter realizzare un corto significa aver già goduto di un privilegio. Inoltre, non è solo una competizione, perché tutte le persone che si iscrivono, indipendentemente dall’esito della competizione, accedono gratuitamente a un fine settimana di workshop con alcune fra le professionalità più importanti nel nostro panorama cinematografico. L’anno scorso dopo i workshop moltissimi ragazzi e ragazze, che da progetto devono essere tutti under 35, mi hanno detto di non essere mai stati in un ambiente di cinema formativo, con produttori e professionisti, con una platea completamente queer. E poi molti di loro hanno realizzato i corti in squadra dopo essersi conosciuti ai workshop.
Cos’è per te la bellezza? Cosa consiglieresti a chi legge queste pagine per ispirarli a fare esperienza di essa?
Quello che funziona per me, come un vero e proprio esercizio, è ripetermi che la bellezza è una lente, è un modo di guardare al mondo, e se abbiamo capito che la lente che ci hanno consegnato è parziale, allora non possiamo fidarci al cento per cento di quel paio di occhiali e soprattutto non possiamo accontentarci. Quello che possiamo fare è sforzarci di pensare che la bellezza non si esaurisce dove ci hanno detto di guardare, ma che ci sono tantissime cose a cui possiamo dare nuovi significati e che possono diventare “bellezza” per noi. E sempre nell’ottica di non accontentarci, esercitiamoci a smettere di credere di meritare solo quello che ci hanno detto che meritiamo. E riprendiamoci quello che ci appartiene, ovvero tutto.


Per maggiori informazioni: ottopermille.sgi-italia.org
