Il principe delle tenebre
Lo chiamavano “principe delle tenebre”. E ha perfettamente senso, perché sapeva essere cupo, scontroso, a tratti violento. Anche la voce rauca, rovinata per aver urlato in un eccesso di rabbia, convalescente, dopo un’operazione alla laringe, lo avvolgeva di un’aura crepuscolare. Ma in questa oscurità ha sempre combattuto per far emergere la sua voce. La vita di Miles Davis è una vita di ricerca, eccitante e faticosa.
Negli anni ’40, appena maggiorenne, era uno dei pochi cats (come si facevano chiamare i jazzisti) che sapeva leggere gli spartiti e studiava la musica colta europea. Lo faceva per curiosità, la stessa curiosità che lo aveva portato a incollarsi a “Bird” e “Dizzy” per imparare tutto quello che poteva da quei giganti dell’improvvisazione bebop.
È impegnandosi in una ricerca continua, tecnica e intellettuale, che Miles ha rinnovato il jazz più volte, stimolando e incoraggiando i musicisti con cui collaborava. Herbie Hancock racconta un aneddoto che dice molto dell’atteggiamento di Miles come artista. A un concerto, proprio durante un assolo di Davis, Herbie sbaglia completamente un accordo, mettendolo in difficoltà e rovinando la performance. Ma mentre Herbie sta sprofondando nell’imbarazzo, Miles usa quella nota sbagliata, la integra e modifica il suo assolo facendolo diventare qualcosa di unico. Sicuramente Miles si sarà innervosito non poco in quel momento, ma il suo spirito di ricerca e la sua preparazione gli permisero di non fermarsi, creare qualcosa di nuovo e dare un insegnamento allo stesso Hancock, che all’epoca era sì un talentuoso pianista, ma rimaneva un giovane esordiente.
Anche nella vita non si è risparmiato. Ha vissuto con stile, ma si è anche lasciato andare agli eccessi e alle dipendenze. Quello però che è riuscito a fare è non lasciarsi sconfiggere, risollevandosi sempre, per tornare a vivere e a creare. Nella sua turbolenta esistenza è questo l’aspetto che dopo cent’anni continua a incoraggiare. Questo, e la sua grande musica. (Lucio Ruvidotti)

Miles Dewey Davis III nasce cento anni fa ad Alton, Missouri, il 26 maggio 1926 da una famiglia afro-americana borghese. Dopo il diploma si trasferisce a New York dove sotto l’ala protettrice di Charlie “Bird” Parker e John “Dizzy” Gillespie cresce come trombettista e compositore fino a trovare una sua personale voce. Segue una lunga carriera di successo e sperimentazione che lo porterà più volte a innovare il jazz e più in generale la musica contemporanea, protagonista del cool jazz, dell’hard-bop, del jazz modale, della fusion fino a contaminare pop, musica colta, rap e techno. Kind of Blue (1959) e Bitches Brew (1969) sono tra i dischi jazz più venduti di sempre. Moltissimi i musicisti che dopo aver collaborato con lui sono diventate stelle: John Coltrane, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Keith Jarrett, solo per citarne alcuni.
Ma la sua vita è stata costellata anche di importanti sfide. Negli anni ’50 sopravvive alla dipendenza da eroina che uccide molti dei suoi colleghi e amici. Affronta la discriminazione razziale e problemi di salute. Tra il 1975 e il 1981 si ritira dalle scene, sopraffatto dalle dipendenze, ma riesce nuovamente a rialzarsi. Muore il 28 settembre 1991 dopo altri dieci anni di grande musica.
