BS 267 / 1 luglio 2026

Arte, libertà salvifica

Hamnet - Nel nome del figlio, film diretto da Chloé Zhao, 2025

immagine di copertina
Foto: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC. Editorial Use Only

Foresta, alberi che respirano, suoni baritoni, vita che riempie gli occhi. Vediamo Agnes, comoda a terra, incanalata tra le radici di una quercia con il suo vestito rosso sanguigno, quasi fosse anche lei un frutto di quel luogo.
Verrà presentata a noi e a William, colui che diverrà il suo amore, come “la strega della foresta”. Lui non si fa intimorire, è incantato.
William e Agnes si scelgono, incastonandosi perfettamente nelle armoniche caselle del loro destino insieme. Si raccontano tramite le mani, che rappresentano una vera porta di accesso alla loro identità. Lei con le mani, tramite un semplice tocco, riesce a leggere ed esplorare la persona che ha di fronte. Le mani di lui, sempre sporche di inchiostro, svelano il suo più grande potere, il potere di William Shakespeare.
Così è nell’Inghilterra elisabettiana che vediamo William e Agnes mostrarci la loro vita insieme. La nascita dei tre figli, gli insegnamenti del mondo naturale che Agnes custodisce, la perdita della strada di Will. Odia se stesso perché non riesce a farsi bastare quello che già possiede, ha bisogno di scrivere. Sarà Agnes ad incoraggiarlo ad andare a Londra dove riuscirà a dare un’incantevole forma al suo talento, e alla sua compagnia teatrale.
Hamnet e Judith sono i gemelli secondogeniti della coppia, undicenni dal cuore felice e dai grandi occhi già adulti. Vediamo nascere da quell’armonia familiare le scintille del genio.
Poi un evento, uno stonato e violento strappo al copione, ci spalanca lo sguardo di fronte all’incontenibile dolore della perdita di un figlio. Uno dei gemelli viene rubato dalla peste, in una scena così penetrante, grazie a una “scomposta” scelta di regia, che ci rende tanto partecipi da sentirci di aver commesso noi quel furto criminale. La morte ha frantumato in piccoli pezzi di vuoto quella genuina armonia che ci aveva avvolto fino a quel momento. La regista ci fa abitare nell’invisibile, in quello che non vediamo, nel dolore più cupo, che troviamo nello sguardo abissale di Agnes, che Jessie Buckley, con la sua smarginata e limpida bravura fa vivere dentro di noi, permettendoci di afferrare la sofferenza più intollerabile.
Paul Mescal, con il suo Will, ci accompagna nello spazio tormentato e sospeso dentro di lui, dove afferra il lutto, lo lavora domandandosi costantemente «essere o non essere?», vivere o morire? In che luogo la morte porta le sue vittime? Dando forma e mettendo in scena la più grande tragedia di tutti i tempi.
Un film che si costruisce su tanti veli di significato, ogni attimo vibra di potenza, nell’urlo straziato come nel delicato sussurro e dove i luoghi rappresentano una porta comunicativa chiarissima. Agnes la foresta, Will il teatro. Ed è proprio l’unione di questi due spazi che fissa le basi per afferrare la realtà accaduta. Il palcoscenico diventa il ponte, il raggiungimento. Vediamo entrare Agnes al Globe Theatre per assistere all’Amleto, mentre il fratello le ricorda il più grande insegnamento lasciato dalla loro amata madre, quello di «vivere con il cuore aperto, di non chiuderlo al buio, ma di aprirlo alla luce».
Ci troviamo di nuovo nella foresta, ma non è quella che abbiamo conosciuto con Agnes, è muta, disegnata nella scenografia del teatro di Will. Siamo nel luogo di lui, costruito sul mondo di lei, la riconosciamo nelle brillanti bacche rosse.
Ed è così che nell’esperienza condivisa, nel tocco, in uno sguardo irrinunciabile, si sigilla la rappresentazione artistica come la salvifica strada per riaprire il cuore alla libertà dalle catene del dolore e abbracciare una nuova consapevole speranza. (Rossella Maci)


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