«La base della dignità umana è l’esistenza di un mondo in cui possiamo sperimentare ed esprimere pienamente la nostra identità; essere tagliati fuori da questo mondo e da tutti i diritti umani a esso associati è la causa della sofferenza dei profughi». Con queste parole Daisaku Ikeda, nella Proposta di pace 2015, descrive la condizione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa, la propria comunità, il proprio paese.
L’assistenza e il sostegno ai profughi è una questione sociale di primaria importanza e urgenza, che Ikeda evidenzia sin dalle prime Proposte di pace. «Credendo fermamente nell’inseparabilità della pace e dei diritti umani – scriveva nel 1987 – stiamo dando il nostro sostegno all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e stiamo portando avanti programmi di assistenza diretta. Attualmente, essendo molto probabile che il problema dei rifugiati possa aggravarsi ulteriormente [...] sono essenziali strategie coordinate di sviluppo e di soccorso. Convertire le spese militari in fondi destinati a questo scopo è veramente il modo migliore di sconfiggere la fame e la povertà».
Le pagine seguenti, che attraversano le Proposte di pace degli ultimi quarant'anni, sono ricche di analisi, chiavi di lettura, testimonianze e indicazioni su questo tema, per agire sia a livello globale sia in prima persona.
Seguono un'intervista a Tareke Brhane, attivista e mediatore culturale, e un approfondimento del concetto di cittadinanza globale.
È possibile consultare le quaranta Proposte di pace al seguente link: sgi-italia.org/proposte-di-pace/. A partire da quella del 2001, anche su: buddismoesocieta.org
Dalla dissoluzione dell'Urss ai giorni nostri
«Vedendo la massa di persone che si affollano per attraversare i confini tra l’Est e l’Ovest – scrive Daisaku Ikeda nella Proposta di pace 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino – proviamo emozioni contraddittorie, di gran lunga più complesse di un semplicistico senso di “vittoria dell’Occidente”. Può la realtà delle nostre società liberali essere all’altezza delle aspettative di questa gente? La realtà nei paesi capitalisti avanzati dell’Occidente difficilmente incoraggia entusiaste grida di giubilo».
Si chiede fin da allora se la società occidentale saprà affrontare questa nuova fase di globalizzazione, seguita all'apertura della "cortina di ferro", mentre nel contempo deve con urgenza trovare soluzioni «per rimediare alla devastazione dell’ambiente, al depauperamento delle preziose risorse naturali, alla crisi energetica».
Sono gli anni in cui si manifesta in tutta la sua evidenza e tragicità il fenomeno della migrazione verso l’Europa e che, almeno in Italia, l’8 agosto 1991 finisce sui giornali con le immagini della nave Vlora che con 20.000 migranti a bordo attracca nel porto di Bari. L’emigrazione di massa dall’Albania, terminata alla fine degli anni ’90, rappresenta una tappa significativa nella storia recente delle migrazioni nel Mediterraneo.
Molte altre migrazioni nazionali e internazionali erano già in atto e altre ne verranno. Alcune più tristemente famose perché a noi vicine, come nel caso dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente con i siriani in primis, altre poco conosciute ma non meno drammatiche come quelle in America Latina, con intere popolazioni sfollate per fare spazio agli interessi del potere e/o delle multinazionali o costrette a migrare a causa di condizioni economiche e politiche.
Il 2015 è un anno particolarmente tragico. Poco prima della mezzanotte del 18 aprile, in acque libiche, a 180 chilometri dall’Isola di Lampedusa, più di 600 migranti annegano nel Mediterraneo a causa del rovesciamento della loro barca. E il 9 ottobre le autorità austriache scoprono i corpi di 71 migranti in un camion frigo abbandonato vicino al confine tra Austria e Ungheria. È anche l’anno in cui l’immagine di Aylan Kurdi, un bambino siriano il cui corpo viene trascinato dal mare su una spiaggia turca dopo il tentativo di raggiungere la Grecia, fa il giro del mondo portando di nuovo sotto i riflettori le tragedie di chi cerca di raggiungere le coste dell’Europa.
Nella Proposta di pace di quell’anno Ikeda scrive: «Ciò che il mio maestro Josei Toda aveva in mente, quando espresse il desiderio di eliminare l’infelicità dal mondo, era il grande numero di rifugiati e la loro inesprimibile sofferenza dopo la rivolta ungherese del 1956. […] Ma nel mondo odierno, sempre più caotico, il problema dei rifugiati resiste ostinatamente a ogni soluzione: attualmente ci sono 51 milioni 200 mila persone tra rifugiati, sfollati all’interno del proprio paese o richiedenti asilo, metà dei quali hanno meno di diciotto anni».
Mettersi nei panni altrui
Per descrivere l’angoscia della condizione di migrante, Daisaku Ikeda fa parlare chi questa triste esperienza l’ha vissuta. Cita lo scrittore austriaco Stefan Zweig, costretto a fuggire dal suo paese a causa dell’Anschluss, l’unione dell’Austria alla Germania nazista: «In qualunque forma, il fatto di diventare un profugo non può che essere causa di sconvolgimento. È qualcosa che deve essere sperimentato per essere compreso» (Proposta di pace 1989). E riporta le parole della filosofa politica Hannah Arendt – che lasciò la Germania nazista nel 1933 a causa delle persecuzioni dovute alle sue origini ebraiche e che rimase apolide dal 1937 al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense: «Qualcosa di più fondamentale della libertà e della giustizia, che sono i diritti dei cittadini, è a rischio quando appartenere alla comunità in cui si nasce non è più una conseguenza naturale e il distacco da essa non è una questione di scelta» (Proposta di pace 2015).
Cita altre testimonianze drammatiche molto più recenti, come quella di un padre fuggito dalla Siria che ha affermato: «Vivere da rifugiato è come essere imprigionato nelle sabbie mobili: ogni volta che ti muovi, affondi ancora di più» (Proposta di pace 2016).
E ci chiede: «Sotto la minaccia costante degli attacchi aerei voi scegliereste di rimanere nel luogo dove vivete oppure fuggireste dal pericolo per portare la vostra famiglia molto lontano in cerca di un rifugio? Consapevoli dei pericoli potenzialmente letali di una traversata via mare, vi attacchereste anche alla remotissima possibilità di una vita migliore e andreste in cerca di una barca, o rimarreste dove siete? Se i vostri figli si ammalassero durante la fuga, usereste i pochi soldi che avete per le medicine o per il cibo per l’intera famiglia?» (Proposta di pace 2017).
Cita a tale proposito l'amico e premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka, nigeriano vissuto in esilio fino al 1998, il quale «ha dichiarato che usare l’immaginazione per mettersi nei panni di un altro è la base della giustizia» (Proposta di pace 2015).
«Capire la complessità che sta dietro ciò che noi conosciamo delle altre culture – ribadisce – richiede uno sguardo attento, che permetta una visione ampia e inclusiva di molti fattori e la volontà di mettersi sempre nei panni dell’altro» (Proposta di pace 1985).
Mettersi nei panni dei migranti è quindi una sfida per superare l’egoismo e i pregiudizi, e per trasformare «la deplorevole tendenza, da parte di chi vive in paesi che non sperimentano direttamente la crisi dei rifugiati né i problemi legati alla povertà, a prendere le distanze da tali questioni e dalla responsabilità di risolverle» (Proposta di pace 2019).
Diffidenza, discriminazione, xenofobia
Profondo conoscitore dell’animo umano, Daisaku Ikeda ci riporta sempre ai sentimenti più profondi e irrazionali che alimentano la diffidenza nei confronti di chi è diverso da noi: «La paura costruisce barriere di avversione e discriminazione sotto forma di confini nazionali o in base alla razza, alla religione, al genere, alla classe sociale, alla condizione economica, o semplicemente alle preferenze personali. Chi ha una mentalità chiusa spesso tende a considerare gli altri secondo stereotipi per mascherare e al contempo sostenere i propri pregiudizi. Questo atteggiamento riflette una pigrizia mentale che impedisce di coltivare comprensione e fiducia reciproca e di sviluppare la costanza e la determinazione necessarie per impegnarsi nel dialogo. La storia insegna che solo un passo separa la pigrizia mentale dalla violenza» (Proposta di pace 1999).
Purtroppo, ribadisce in anni più recenti, «con il perdurare del ristagno dell’economia globale gli impulsi xenofobi si sono rafforzati, creando condizioni di vita sempre più difficili ai migranti e alle loro famiglie», in quanto «la xenofobia e i discorsi di incitamento all’odio dividono il mondo nella dicotomia “noi e loro”, che di fatto corrisponde a “buoni e cattivi”» (Proposta di pace 2017).
E se «in una certa misura è naturale provare attaccamento per un gruppo di persone che ha attributi comuni ai nostri, ed è forse altrettanto prevedibile nutrire una certa apprensione all’idea di accogliere nella comunità che chiamiamo casa nostra persone di origini nazionali differenti, tuttavia dobbiamo riconoscere che tali percezioni possono condurre a un comportamento di esclusione e violazione dei diritti umani e a sviluppare sentimenti di inimicizia e ostilità che si manifestano nei discorsi di incitamento all’odio e in altre forme di discriminazione» (Proposta di pace 2018).
Gli stereotipi e i pregiudizi con cui ci si rapporta alle persone costrette a migrare sono sempre più alimentati da una visione del mondo a senso unico: «La nascita della società dell’informazione postindustriale ha portato a un fenomeno per cui le persone si collegano solo con chi condivide il loro stesso quadro di riferimento. Fra le cause di quella che è chiamata “bolla di filtraggio” vi sono i motori di ricerca, che restituiscono all’utente informazioni già in sintonia con le sue preferenze, oscurando così altre fonti. L’aspetto preoccupante di questo fenomeno è quanto possa di fatto influenzare la comprensione delle questioni sociali. Infatti per quanto cerchiamo su Internet informazioni su particolari argomenti, i contenuti che ci restituiscono i siti web e i social media finiscono sempre per assomigliare a idee che già abbiamo» (Proposta di pace 2018).
Ikeda dà una lucida lettura di questi fenomeni sociali quando scrive: «Non dobbiamo permettere a noi stessi di cadere prigionieri delle differenze che percepiamo. Dobbiamo restare padroni del linguaggio e assicurare che esso serva sempre gli interessi dell’umanità. Se ci costringiamo a riesaminare gli incubi di questo secolo – le purghe, l’Olocausto, la pulizia etnica – scopriremo che sono tutti emersi da un ambiente in cui il linguaggio era stato manipolato per concentrare le menti delle persone unicamente sulle loro differenze, convincendole che queste differenze erano assolute e immutabili, oscurando così l’umanità degli altri (i diversi) e legittimando l’uso della violenza contro di loro» (Proposta di pace 2000).
Dialogo, incontro, amicizia
Oltre alle profonde riflessioni, alle analisi circostanziate, alle idee e alle indicazioni concrete, nelle Proposte di pace c'è sempre un forte richiamo all'importanza delle azioni del singolo individuo. Nel 1986 il presidente Ikeda affermava: «L’immagine che un individuo si fa di un’altra persona prima di incontrarla è in gran parte preconcetta. L’incontro invece spesso mette in evidenza aspetti totalmente differenti della personalità dell’altro».
L'incontro e il dialogo, sottolinea continuamente, sono il terreno per l'integrazione e l'inclusione, per trasformare esperienze drammatiche in passi avanti per la società globale: «Dobbiamo sforzarci in ogni maniera possibile per far sì che gli incontri interculturali abbiano un risultato creativo, e non nasconderci mai dietro l'espressione "scontro di civiltà", come se giustificasse in qualche misura il fallimento» (Proposta di pace 2002).
Riporta a tale proposito il pensiero del presidente iraniano Seyed Mohammad Khatami, grande sostenitore del dialogo fra le civiltà: «Nessuna grande cultura o civiltà si è mai evoluta in isolamento. In altre parole, sono sopravvissute solo quelle culture e civiltà che hanno potuto e saputo comunicare, parlare e ascoltare. Oltre al parlare, il dialogo richiede il saper ascoltare. Ascoltare non è un processo passivo ma attivo. È un'attività che permette all'ascoltatore di aprire il suo intero essere al mondo che il parlante crea o svela. Senza un vero ascolto, il dialogo è destinato al fallimento» (Ibidem).
E nella Proposta di pace del 2017 si chiede: «Quale ancoraggio sociale possiamo usare per resistere sia alle forze xenofobe, che aggravano le divisioni all’interno della società, sia alla ricerca di una razionalità economica indifferente ai sacrifici dei più vulnerabili? Credo che la risposta si trovi in un forte legame fra le persone, in quel tipo di amicizia che ci fa percepire l’immagine concreta dell’altro nel nostro cuore. Per citare lo storico britannico Arnold J. Toynbee (1889-1975), con il quale ebbi occasione di dialogare a lungo: “Nella mia esperienza il solvente del pregiudizio tradizionale è la conoscenza diretta. Quando si conosce personalmente un nostro simile, di qualsiasi religione, nazionalità o razza, è impossibile non vedere che è un essere umano come noi”».
Inclusione, partecipazione, lavoro, educazione
Tra tutti gli ambiti sociali in cui è impegnata la Soka Gakkai, quello dei rifugiati è tra i più antichi: «È impossibile non rilevare l’importanza dell’aiuto ai rifugiati come azione positiva che, difendendo i diritti umani, opera per la pace – scrive Daisaku Ikeda nella Proposta di pace del 1985. – Quando [nel 1983] incontrai Paul Hartling, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, gli dissi che, in termini buddisti, gli sforzi dell’Unhcr per proteggere tante vite umane sono un aspetto del lavoro dei bodhisattva e meritano quindi il massimo rispetto». Nella stessa Proposta Ikeda racconta: «A partire dal 1973, la Soka Gakkai ha condotto sette raccolte di fondi per i rifugiati [a favore dell'Unhcr], per un importo totale di 413 milioni di yen (circa 1.658.000 dollari); in quattro occasioni ha inviato suoi rappresentanti nei campi profughi dell’Indocina, dell’Afghanistan e dell’Africa; ha partecipato alla Conferenza internazionale sull’assistenza ai rifugiati in Africa (Icara). È nostra intenzione continuare a sostenere questo impegno che è un’espressione fondamentale del desiderio di proteggere la dignità della vita umana».
Un impegno che ha attraversato questi quarant'anni e che ha caratterizzato l'azione della Soka Gakkai Internazionale come Organizzazine non governativa registrata presso alcuni dipartimenti dell’Onu, come il Consiglio economico e sociale (Ecosoc), l’Alto commissariato per i Rifugiati (Unhcr) e il Dipartimento di Pubblica Informazione (Undpi).
«Il nostro primo impegno deve consistere nel non lasciare indietro nessuna delle persone che stanno affrontando circostanze difficili», afferma Ikeda nella Proposta 2020, rivolto alla comunità internazionale. Questo è il principio ispiratore degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) dell’Agenda 2030, che Ikeda sostiene ripetutamente anche con indicazioni concrete. Nella Proposta di pace 2015 infatti scrive: «Le condizioni di rifugiato o di apolide protratte nel tempo non solo negano agli individui l’opportunità di partecipare alla vita sociale della nazione, ma impediscono loro anche di costruire legami con i vicini nelle comunità locali. [...] È necessario che l’obiettivo di sollevare queste persone dalla sofferenza sia un punto chiave dell’evoluzione creativa delle Nazioni Unite, se si vuole realizzare l’inclusività di “tutte le persone in ogni luogo” perseguita nei nuovi Sdg».
A tale proposito, nella Proposta di pace del 2017 sostiene: «Per chi ha dovuto lasciare la propria casa per via di un conflitto e vive in un ambiente estraneo, un lavoro significativo e l’educazione sono strumenti per riacquisire il senso della dignità umana, per ritrovare speranza nel futuro e uno scopo nella vita. Considero essenziale comprendere, nei futuri piani globali dell’Onu per i migranti e i rifugiati, misure specifiche atte ad assicurare lavoro e opportunità educative agli sfollati. In ultima analisi la soluzione alla crisi dei rifugiati dipende dalla nostra capacità di permettere di riacquisire un senso di sicurezza, speranza e dignità a chi è stato costretto ad abbandonare il proprio paese».
Sottolinea inoltre il contributo prezioso che tali persone possono dare nel risolvere i problemi globali: «Proprio perché hanno vissuto gravi difficoltà e sofferenze, le persone costrette a sfollare dovrebbero aver acquisito la capacità di rapportarsi agli altri e incoraggiarli in situazioni avverse. Dando loro la possibilità, nei paesi che li ospitano, di lavorare per la realizzazione dei progetti Sdg, i rifugiati diverranno capaci di contribuire agli sforzi di ricostruzione nei loro paesi di origine quando vi faranno ritorno dopo la cessazione del conflitto armato» (Ibidem).
Il ruolo centrale dell'educazione come insieme di processi volto a favorire la crescita della persona rifugiata verso l'autonomia, la responsabilità personale e la completa socializzazione viene rinforzato dalle parole di Yasmine Sherif, la direttrice del fondo globale Education Cannot Wait (Ecw): «Com’è possibile costruire una società sana dal punto di vista socio-economico se i cittadini e i rifugiati che vi appartengono non sanno leggere o scrivere, non sanno pensare criticamente, non hanno insegnanti, avvocati, dottori? […] L’educazione è la chiave per promuovere pace, tolleranza e rispetto reciproco. La probabilità di violenza e conflitti si riduce del 37 per cento quando ragazze e ragazzi hanno uguale accesso all’istruzione» (Proposta di pace 2020).
Su questo aspetto Ikeda ritorna a più riprese, come quando evidenzia l’esempio dell’Università De Montfort in Gran Bretagna, che «si impegna a fornire opportunità educative a giovani rifugiati» (Proposta di pace 2019), e quello dell’Università Soka, che «unendosi al Programma di educazione superiore per i rifugiati dell’Unhcr, ha accolto fra i suoi studenti vari richiedenti asilo» (Ibidem).
Cita infine Yusra Mardini, nuotatrice siriana rifugiata in Germania: «I rifugiati sono semplicemente persone normali che vivono in circostanze traumatiche e devastanti, capaci di cose straordinarie se solo ne viene offerta loro la possibilità», sottolineando che più di ogni altra cosa è l’educazione a creare tali opportunità (cfr. Proposta di pace 2018).
L’assistenza e il sostegno ai profughi è una questione sociale di primaria importanza e urgenza, che Ikeda evidenzia sin dalle prime Proposte di pace. «Credendo fermamente nell’inseparabilità della pace e dei diritti umani – scriveva nel 1987 – stiamo dando il nostro sostegno all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e stiamo portando avanti programmi di assistenza diretta. Attualmente, essendo molto probabile che il problema dei rifugiati possa aggravarsi ulteriormente [...] sono essenziali strategie coordinate di sviluppo e di soccorso. Convertire le spese militari in fondi destinati a questo scopo è veramente il modo migliore di sconfiggere la fame e la povertà».
Le pagine seguenti, che attraversano le Proposte di pace degli ultimi quarant'anni, sono ricche di analisi, chiavi di lettura, testimonianze e indicazioni su questo tema, per agire sia a livello globale sia in prima persona.
Seguono un'intervista a Tareke Brhane, attivista e mediatore culturale, e un approfondimento del concetto di cittadinanza globale.
È possibile consultare le quaranta Proposte di pace al seguente link: sgi-italia.org/proposte-di-pace/. A partire da quella del 2001, anche su: buddismoesocieta.org
Un po' di storia recente
Dalla dissoluzione dell'Urss ai giorni nostri
«Vedendo la massa di persone che si affollano per attraversare i confini tra l’Est e l’Ovest – scrive Daisaku Ikeda nella Proposta di pace 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino – proviamo emozioni contraddittorie, di gran lunga più complesse di un semplicistico senso di “vittoria dell’Occidente”. Può la realtà delle nostre società liberali essere all’altezza delle aspettative di questa gente? La realtà nei paesi capitalisti avanzati dell’Occidente difficilmente incoraggia entusiaste grida di giubilo».
Si chiede fin da allora se la società occidentale saprà affrontare questa nuova fase di globalizzazione, seguita all'apertura della "cortina di ferro", mentre nel contempo deve con urgenza trovare soluzioni «per rimediare alla devastazione dell’ambiente, al depauperamento delle preziose risorse naturali, alla crisi energetica».
Sono gli anni in cui si manifesta in tutta la sua evidenza e tragicità il fenomeno della migrazione verso l’Europa e che, almeno in Italia, l’8 agosto 1991 finisce sui giornali con le immagini della nave Vlora che con 20.000 migranti a bordo attracca nel porto di Bari. L’emigrazione di massa dall’Albania, terminata alla fine degli anni ’90, rappresenta una tappa significativa nella storia recente delle migrazioni nel Mediterraneo.
Molte altre migrazioni nazionali e internazionali erano già in atto e altre ne verranno. Alcune più tristemente famose perché a noi vicine, come nel caso dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente con i siriani in primis, altre poco conosciute ma non meno drammatiche come quelle in America Latina, con intere popolazioni sfollate per fare spazio agli interessi del potere e/o delle multinazionali o costrette a migrare a causa di condizioni economiche e politiche.
Il 2015 è un anno particolarmente tragico. Poco prima della mezzanotte del 18 aprile, in acque libiche, a 180 chilometri dall’Isola di Lampedusa, più di 600 migranti annegano nel Mediterraneo a causa del rovesciamento della loro barca. E il 9 ottobre le autorità austriache scoprono i corpi di 71 migranti in un camion frigo abbandonato vicino al confine tra Austria e Ungheria. È anche l’anno in cui l’immagine di Aylan Kurdi, un bambino siriano il cui corpo viene trascinato dal mare su una spiaggia turca dopo il tentativo di raggiungere la Grecia, fa il giro del mondo portando di nuovo sotto i riflettori le tragedie di chi cerca di raggiungere le coste dell’Europa.
Nella Proposta di pace di quell’anno Ikeda scrive: «Ciò che il mio maestro Josei Toda aveva in mente, quando espresse il desiderio di eliminare l’infelicità dal mondo, era il grande numero di rifugiati e la loro inesprimibile sofferenza dopo la rivolta ungherese del 1956. […] Ma nel mondo odierno, sempre più caotico, il problema dei rifugiati resiste ostinatamente a ogni soluzione: attualmente ci sono 51 milioni 200 mila persone tra rifugiati, sfollati all’interno del proprio paese o richiedenti asilo, metà dei quali hanno meno di diciotto anni».
E voi cosa fareste?
Mettersi nei panni altrui
Per descrivere l’angoscia della condizione di migrante, Daisaku Ikeda fa parlare chi questa triste esperienza l’ha vissuta. Cita lo scrittore austriaco Stefan Zweig, costretto a fuggire dal suo paese a causa dell’Anschluss, l’unione dell’Austria alla Germania nazista: «In qualunque forma, il fatto di diventare un profugo non può che essere causa di sconvolgimento. È qualcosa che deve essere sperimentato per essere compreso» (Proposta di pace 1989). E riporta le parole della filosofa politica Hannah Arendt – che lasciò la Germania nazista nel 1933 a causa delle persecuzioni dovute alle sue origini ebraiche e che rimase apolide dal 1937 al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense: «Qualcosa di più fondamentale della libertà e della giustizia, che sono i diritti dei cittadini, è a rischio quando appartenere alla comunità in cui si nasce non è più una conseguenza naturale e il distacco da essa non è una questione di scelta» (Proposta di pace 2015).
Cita altre testimonianze drammatiche molto più recenti, come quella di un padre fuggito dalla Siria che ha affermato: «Vivere da rifugiato è come essere imprigionato nelle sabbie mobili: ogni volta che ti muovi, affondi ancora di più» (Proposta di pace 2016).
E ci chiede: «Sotto la minaccia costante degli attacchi aerei voi scegliereste di rimanere nel luogo dove vivete oppure fuggireste dal pericolo per portare la vostra famiglia molto lontano in cerca di un rifugio? Consapevoli dei pericoli potenzialmente letali di una traversata via mare, vi attacchereste anche alla remotissima possibilità di una vita migliore e andreste in cerca di una barca, o rimarreste dove siete? Se i vostri figli si ammalassero durante la fuga, usereste i pochi soldi che avete per le medicine o per il cibo per l’intera famiglia?» (Proposta di pace 2017).
Cita a tale proposito l'amico e premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka, nigeriano vissuto in esilio fino al 1998, il quale «ha dichiarato che usare l’immaginazione per mettersi nei panni di un altro è la base della giustizia» (Proposta di pace 2015).
«Capire la complessità che sta dietro ciò che noi conosciamo delle altre culture – ribadisce – richiede uno sguardo attento, che permetta una visione ampia e inclusiva di molti fattori e la volontà di mettersi sempre nei panni dell’altro» (Proposta di pace 1985).
Mettersi nei panni dei migranti è quindi una sfida per superare l’egoismo e i pregiudizi, e per trasformare «la deplorevole tendenza, da parte di chi vive in paesi che non sperimentano direttamente la crisi dei rifugiati né i problemi legati alla povertà, a prendere le distanze da tali questioni e dalla responsabilità di risolverle» (Proposta di pace 2019).
Noi e loro
Diffidenza, discriminazione, xenofobia
Profondo conoscitore dell’animo umano, Daisaku Ikeda ci riporta sempre ai sentimenti più profondi e irrazionali che alimentano la diffidenza nei confronti di chi è diverso da noi: «La paura costruisce barriere di avversione e discriminazione sotto forma di confini nazionali o in base alla razza, alla religione, al genere, alla classe sociale, alla condizione economica, o semplicemente alle preferenze personali. Chi ha una mentalità chiusa spesso tende a considerare gli altri secondo stereotipi per mascherare e al contempo sostenere i propri pregiudizi. Questo atteggiamento riflette una pigrizia mentale che impedisce di coltivare comprensione e fiducia reciproca e di sviluppare la costanza e la determinazione necessarie per impegnarsi nel dialogo. La storia insegna che solo un passo separa la pigrizia mentale dalla violenza» (Proposta di pace 1999).
Purtroppo, ribadisce in anni più recenti, «con il perdurare del ristagno dell’economia globale gli impulsi xenofobi si sono rafforzati, creando condizioni di vita sempre più difficili ai migranti e alle loro famiglie», in quanto «la xenofobia e i discorsi di incitamento all’odio dividono il mondo nella dicotomia “noi e loro”, che di fatto corrisponde a “buoni e cattivi”» (Proposta di pace 2017).
E se «in una certa misura è naturale provare attaccamento per un gruppo di persone che ha attributi comuni ai nostri, ed è forse altrettanto prevedibile nutrire una certa apprensione all’idea di accogliere nella comunità che chiamiamo casa nostra persone di origini nazionali differenti, tuttavia dobbiamo riconoscere che tali percezioni possono condurre a un comportamento di esclusione e violazione dei diritti umani e a sviluppare sentimenti di inimicizia e ostilità che si manifestano nei discorsi di incitamento all’odio e in altre forme di discriminazione» (Proposta di pace 2018).
Gli stereotipi e i pregiudizi con cui ci si rapporta alle persone costrette a migrare sono sempre più alimentati da una visione del mondo a senso unico: «La nascita della società dell’informazione postindustriale ha portato a un fenomeno per cui le persone si collegano solo con chi condivide il loro stesso quadro di riferimento. Fra le cause di quella che è chiamata “bolla di filtraggio” vi sono i motori di ricerca, che restituiscono all’utente informazioni già in sintonia con le sue preferenze, oscurando così altre fonti. L’aspetto preoccupante di questo fenomeno è quanto possa di fatto influenzare la comprensione delle questioni sociali. Infatti per quanto cerchiamo su Internet informazioni su particolari argomenti, i contenuti che ci restituiscono i siti web e i social media finiscono sempre per assomigliare a idee che già abbiamo» (Proposta di pace 2018).
Ikeda dà una lucida lettura di questi fenomeni sociali quando scrive: «Non dobbiamo permettere a noi stessi di cadere prigionieri delle differenze che percepiamo. Dobbiamo restare padroni del linguaggio e assicurare che esso serva sempre gli interessi dell’umanità. Se ci costringiamo a riesaminare gli incubi di questo secolo – le purghe, l’Olocausto, la pulizia etnica – scopriremo che sono tutti emersi da un ambiente in cui il linguaggio era stato manipolato per concentrare le menti delle persone unicamente sulle loro differenze, convincendole che queste differenze erano assolute e immutabili, oscurando così l’umanità degli altri (i diversi) e legittimando l’uso della violenza contro di loro» (Proposta di pace 2000).
L'azione individuale
Dialogo, incontro, amicizia
Oltre alle profonde riflessioni, alle analisi circostanziate, alle idee e alle indicazioni concrete, nelle Proposte di pace c'è sempre un forte richiamo all'importanza delle azioni del singolo individuo. Nel 1986 il presidente Ikeda affermava: «L’immagine che un individuo si fa di un’altra persona prima di incontrarla è in gran parte preconcetta. L’incontro invece spesso mette in evidenza aspetti totalmente differenti della personalità dell’altro».
L'incontro e il dialogo, sottolinea continuamente, sono il terreno per l'integrazione e l'inclusione, per trasformare esperienze drammatiche in passi avanti per la società globale: «Dobbiamo sforzarci in ogni maniera possibile per far sì che gli incontri interculturali abbiano un risultato creativo, e non nasconderci mai dietro l'espressione "scontro di civiltà", come se giustificasse in qualche misura il fallimento» (Proposta di pace 2002).
Riporta a tale proposito il pensiero del presidente iraniano Seyed Mohammad Khatami, grande sostenitore del dialogo fra le civiltà: «Nessuna grande cultura o civiltà si è mai evoluta in isolamento. In altre parole, sono sopravvissute solo quelle culture e civiltà che hanno potuto e saputo comunicare, parlare e ascoltare. Oltre al parlare, il dialogo richiede il saper ascoltare. Ascoltare non è un processo passivo ma attivo. È un'attività che permette all'ascoltatore di aprire il suo intero essere al mondo che il parlante crea o svela. Senza un vero ascolto, il dialogo è destinato al fallimento» (Ibidem).
E nella Proposta di pace del 2017 si chiede: «Quale ancoraggio sociale possiamo usare per resistere sia alle forze xenofobe, che aggravano le divisioni all’interno della società, sia alla ricerca di una razionalità economica indifferente ai sacrifici dei più vulnerabili? Credo che la risposta si trovi in un forte legame fra le persone, in quel tipo di amicizia che ci fa percepire l’immagine concreta dell’altro nel nostro cuore. Per citare lo storico britannico Arnold J. Toynbee (1889-1975), con il quale ebbi occasione di dialogare a lungo: “Nella mia esperienza il solvente del pregiudizio tradizionale è la conoscenza diretta. Quando si conosce personalmente un nostro simile, di qualsiasi religione, nazionalità o razza, è impossibile non vedere che è un essere umano come noi”».
Glossario
Apolide. Dal greco a-polis, “senza città”, chi non possiede la cittadinanza di nessuno Stato. Si può esserlo per scelta, per cultura o per sopravvenute circostanze. È ciò che accade quando, nella fuga, si sono persi i documenti oppure non si sono potuti portare con sé, e non si può dimostrare la cittadinanza. Hannah Arendt (citata a p. 20) ne è un esempio. Migrante. Chi sceglie di lasciare il proprio paese per stabilirsi, temporaneamente o definitivamente, in un altro paese. Migrante irregolare. Chi, per qualsiasi ragione, entra irregolarmente in un altro paese. A causa della mancanza di validi documenti di viaggio, molti di loro in fuga da guerre e persecuzioni giungono in modo irregolare in un altro paese, nel quale poi inoltrano domanda d’asilo. In maniera impropria vengono spesso chiamati "clandestini". Profugo/a. Chi lascia il proprio paese a causa di guerre, persecuzioni o catastrofi naturali. Richiedente asilo. Chi è fuori dal proprio paese e inoltra, in un altro Stato, una domanda di asilo per il riconoscimento dello status di rifugiato. Rifugiato/a. Chi è costretto a lasciare il proprio paese a causa di conflitti armati o di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. A differenza del migrante, non può tornare nel proprio paese perché teme di subire persecuzioni. Sfollato/a. Chi abbandona la propria abitazione per gli stessi motivi del rifugiato, ma non oltrepassa un confine internazionale, restando all’interno del proprio paese. Genericamente anche chi fugge a causa di catastrofi naturali. (Per approfondire: https://www.unhcr.org/it/risorse/insegnare-il-tema-dei-rifugiati/#parole)
Apolide. Dal greco a-polis, “senza città”, chi non possiede la cittadinanza di nessuno Stato. Si può esserlo per scelta, per cultura o per sopravvenute circostanze. È ciò che accade quando, nella fuga, si sono persi i documenti oppure non si sono potuti portare con sé, e non si può dimostrare la cittadinanza. Hannah Arendt (citata a p. 20) ne è un esempio. Migrante. Chi sceglie di lasciare il proprio paese per stabilirsi, temporaneamente o definitivamente, in un altro paese. Migrante irregolare. Chi, per qualsiasi ragione, entra irregolarmente in un altro paese. A causa della mancanza di validi documenti di viaggio, molti di loro in fuga da guerre e persecuzioni giungono in modo irregolare in un altro paese, nel quale poi inoltrano domanda d’asilo. In maniera impropria vengono spesso chiamati "clandestini". Profugo/a. Chi lascia il proprio paese a causa di guerre, persecuzioni o catastrofi naturali. Richiedente asilo. Chi è fuori dal proprio paese e inoltra, in un altro Stato, una domanda di asilo per il riconoscimento dello status di rifugiato. Rifugiato/a. Chi è costretto a lasciare il proprio paese a causa di conflitti armati o di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. A differenza del migrante, non può tornare nel proprio paese perché teme di subire persecuzioni. Sfollato/a. Chi abbandona la propria abitazione per gli stessi motivi del rifugiato, ma non oltrepassa un confine internazionale, restando all’interno del proprio paese. Genericamente anche chi fugge a causa di catastrofi naturali. (Per approfondire: https://www.unhcr.org/it/risorse/insegnare-il-tema-dei-rifugiati/#parole)
Idee e proposte alla comunità internazionale
Inclusione, partecipazione, lavoro, educazione
Tra tutti gli ambiti sociali in cui è impegnata la Soka Gakkai, quello dei rifugiati è tra i più antichi: «È impossibile non rilevare l’importanza dell’aiuto ai rifugiati come azione positiva che, difendendo i diritti umani, opera per la pace – scrive Daisaku Ikeda nella Proposta di pace del 1985. – Quando [nel 1983] incontrai Paul Hartling, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, gli dissi che, in termini buddisti, gli sforzi dell’Unhcr per proteggere tante vite umane sono un aspetto del lavoro dei bodhisattva e meritano quindi il massimo rispetto». Nella stessa Proposta Ikeda racconta: «A partire dal 1973, la Soka Gakkai ha condotto sette raccolte di fondi per i rifugiati [a favore dell'Unhcr], per un importo totale di 413 milioni di yen (circa 1.658.000 dollari); in quattro occasioni ha inviato suoi rappresentanti nei campi profughi dell’Indocina, dell’Afghanistan e dell’Africa; ha partecipato alla Conferenza internazionale sull’assistenza ai rifugiati in Africa (Icara). È nostra intenzione continuare a sostenere questo impegno che è un’espressione fondamentale del desiderio di proteggere la dignità della vita umana».
Un impegno che ha attraversato questi quarant'anni e che ha caratterizzato l'azione della Soka Gakkai Internazionale come Organizzazine non governativa registrata presso alcuni dipartimenti dell’Onu, come il Consiglio economico e sociale (Ecosoc), l’Alto commissariato per i Rifugiati (Unhcr) e il Dipartimento di Pubblica Informazione (Undpi).
«Il nostro primo impegno deve consistere nel non lasciare indietro nessuna delle persone che stanno affrontando circostanze difficili», afferma Ikeda nella Proposta 2020, rivolto alla comunità internazionale. Questo è il principio ispiratore degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) dell’Agenda 2030, che Ikeda sostiene ripetutamente anche con indicazioni concrete. Nella Proposta di pace 2015 infatti scrive: «Le condizioni di rifugiato o di apolide protratte nel tempo non solo negano agli individui l’opportunità di partecipare alla vita sociale della nazione, ma impediscono loro anche di costruire legami con i vicini nelle comunità locali. [...] È necessario che l’obiettivo di sollevare queste persone dalla sofferenza sia un punto chiave dell’evoluzione creativa delle Nazioni Unite, se si vuole realizzare l’inclusività di “tutte le persone in ogni luogo” perseguita nei nuovi Sdg».
A tale proposito, nella Proposta di pace del 2017 sostiene: «Per chi ha dovuto lasciare la propria casa per via di un conflitto e vive in un ambiente estraneo, un lavoro significativo e l’educazione sono strumenti per riacquisire il senso della dignità umana, per ritrovare speranza nel futuro e uno scopo nella vita. Considero essenziale comprendere, nei futuri piani globali dell’Onu per i migranti e i rifugiati, misure specifiche atte ad assicurare lavoro e opportunità educative agli sfollati. In ultima analisi la soluzione alla crisi dei rifugiati dipende dalla nostra capacità di permettere di riacquisire un senso di sicurezza, speranza e dignità a chi è stato costretto ad abbandonare il proprio paese».
Sottolinea inoltre il contributo prezioso che tali persone possono dare nel risolvere i problemi globali: «Proprio perché hanno vissuto gravi difficoltà e sofferenze, le persone costrette a sfollare dovrebbero aver acquisito la capacità di rapportarsi agli altri e incoraggiarli in situazioni avverse. Dando loro la possibilità, nei paesi che li ospitano, di lavorare per la realizzazione dei progetti Sdg, i rifugiati diverranno capaci di contribuire agli sforzi di ricostruzione nei loro paesi di origine quando vi faranno ritorno dopo la cessazione del conflitto armato» (Ibidem).
Il ruolo centrale dell'educazione come insieme di processi volto a favorire la crescita della persona rifugiata verso l'autonomia, la responsabilità personale e la completa socializzazione viene rinforzato dalle parole di Yasmine Sherif, la direttrice del fondo globale Education Cannot Wait (Ecw): «Com’è possibile costruire una società sana dal punto di vista socio-economico se i cittadini e i rifugiati che vi appartengono non sanno leggere o scrivere, non sanno pensare criticamente, non hanno insegnanti, avvocati, dottori? […] L’educazione è la chiave per promuovere pace, tolleranza e rispetto reciproco. La probabilità di violenza e conflitti si riduce del 37 per cento quando ragazze e ragazzi hanno uguale accesso all’istruzione» (Proposta di pace 2020).
Su questo aspetto Ikeda ritorna a più riprese, come quando evidenzia l’esempio dell’Università De Montfort in Gran Bretagna, che «si impegna a fornire opportunità educative a giovani rifugiati» (Proposta di pace 2019), e quello dell’Università Soka, che «unendosi al Programma di educazione superiore per i rifugiati dell’Unhcr, ha accolto fra i suoi studenti vari richiedenti asilo» (Ibidem).
Cita infine Yusra Mardini, nuotatrice siriana rifugiata in Germania: «I rifugiati sono semplicemente persone normali che vivono in circostanze traumatiche e devastanti, capaci di cose straordinarie se solo ne viene offerta loro la possibilità», sottolineando che più di ogni altra cosa è l’educazione a creare tali opportunità (cfr. Proposta di pace 2018).
Storie che danno speranza
Tra le varie testimonianze che Daisaku Ikeda riporta a dimostrazione dell'esito positivo dei programmi di empowerment, c'è quella di una donna che dovette lasciare la sua casa in Burundi per vivere in un campo di rifugiati in Tanzania. Era «disoccupata e sopraffatta dall’incertezza per il futuro, ma partecipando ai programmi di formazione professionale dell’Unhcr ha cambiato prospettiva, al punto da esprimere la speranza di tornare in patria e impiegare le nuove conoscenze acquisite nel campo della panificazione per guadagnarsi da vivere e mandare i figli a scuola» (Proposta di pace 2018). Ma l’attenzione maggiore Ikeda la dedica ai bambini migranti. Sono molte le storie di vita che porta ad esempio per evidenziare come l’educazione abbia dato loro opportunità e riscatto. Come quella di un bambino costretto a lasciare il Nicaragua e a trasferirsi nel Costarica, dove la scuola primaria è gratuita e garantita a tutti i bambini e dove, per l’enorme afflusso di minori sfollati, sono state semplificate le regole di accesso permettendo così l’iscrizione anche a quelli privi di documenti scolastici e organizzando per loro corsi di recupero. «Ora il ragazzo, di quattordici anni, manifestando la sua grande gioia per aver potuto ricominciare a studiare ha espresso il sogno di diventare un dottore. […] Come ha spiegato uno degli insegnanti, lo scopo è aiutare i bambini costretti a lasciare la loro patria a “sentirsi a casa” dentro le mura della scuola. […] Garantire a questi bambini e bambine pari opportunità educative consentirà loro di ritrovare la speranza di realizzare i loro scopi nella vita» (Proposta di pace 2020).
Tra le varie testimonianze che Daisaku Ikeda riporta a dimostrazione dell'esito positivo dei programmi di empowerment, c'è quella di una donna che dovette lasciare la sua casa in Burundi per vivere in un campo di rifugiati in Tanzania. Era «disoccupata e sopraffatta dall’incertezza per il futuro, ma partecipando ai programmi di formazione professionale dell’Unhcr ha cambiato prospettiva, al punto da esprimere la speranza di tornare in patria e impiegare le nuove conoscenze acquisite nel campo della panificazione per guadagnarsi da vivere e mandare i figli a scuola» (Proposta di pace 2018). Ma l’attenzione maggiore Ikeda la dedica ai bambini migranti. Sono molte le storie di vita che porta ad esempio per evidenziare come l’educazione abbia dato loro opportunità e riscatto. Come quella di un bambino costretto a lasciare il Nicaragua e a trasferirsi nel Costarica, dove la scuola primaria è gratuita e garantita a tutti i bambini e dove, per l’enorme afflusso di minori sfollati, sono state semplificate le regole di accesso permettendo così l’iscrizione anche a quelli privi di documenti scolastici e organizzando per loro corsi di recupero. «Ora il ragazzo, di quattordici anni, manifestando la sua grande gioia per aver potuto ricominciare a studiare ha espresso il sogno di diventare un dottore. […] Come ha spiegato uno degli insegnanti, lo scopo è aiutare i bambini costretti a lasciare la loro patria a “sentirsi a casa” dentro le mura della scuola. […] Garantire a questi bambini e bambine pari opportunità educative consentirà loro di ritrovare la speranza di realizzare i loro scopi nella vita» (Proposta di pace 2020).